Della virtualità delle lezioni on line
    (perlomeno di quelle sulla pubblicità)
    di Mauro Mongarli
    (apparso come intervento sul bollettino letterario Vibrisse)


    Io una volta ho tenuto un incontro virtuale.

    Fu molto tempo fa al Centro Italiano Femminile di Venezia, che ospitava una serie di incontri sulla comunicazione commerciale finanziati dal Fondo Sociale Europeo.
    Destinatari del progetto: persone “problematiche” che a breve dovevano metter su una tipografia in cooperativa, finanziata dallo stesso Fondo.
    Cosa meritevole, pensai, e chiesi: che intendete per “persone problematiche”?
    Mi risposero: hanno lievi handicap fisici.

    Quando fu l’ora entrai nell’aula e mi trovai di fronte una persona con crisi convulsive, un paio di ragazzi che urlavano senza motivi apparenti per farlo, una ragazza che in un’ora sarà andata al bagno venticinque-trenta volte, un gruppetto dedito all’alcool e, in primo banco, un giovane metallaro di Belgrado che spiegava ad un signore di mezza età che “Film di Kusturica spiega che noi serbi vuole restare lasciati in pace”. Il signore di mezza età risultò essere di Sarajevo, e gli rispondeva pacatamente in un italiano migliore.
    Era da poco scappato dall’assedio della sua città, di argomenti ne aveva.

    Sentivo lingue a me ignote provenire da altre persone e mi resi conto di dover parlare nel modo più chiaro possibile. Cominciai, ma fui interrotto subito. Dovevo stare fermo con la testa, in quanto alcune persone erano sorde, e avrebbero letto sulle mie labbra ogni parola che avrei pronunciato, se solo fossi stato meno coreografico.

    Come definire se non virtuale il mio apporto a quel primo incontro?
    Non sapevo come/dove guardare, come pronunciare le parole, quali di queste scegliere per essere compreso, quali esercizi far fare, e in quale lingua. Non sapevo a quali vissuti far riferimento, a quali sentimenti condivisi, a quali mondi rivolgermi per salvarmi da silenzi imbarazzanti.
    In breve, il primo incontro fu un trionfo su tutta la linea: loro si divertirono da morire, io feci un bagno di umiltà che tutt’ora mi fa vedere con occhi diversi “il grande circo mediatico”. Unimmo, in seguito, divertimento e un sano back to basic (vale come esempio di universo condiviso da salotto) da parte mia, e riuscimmo a combinare qualcosa di buono. Capimmo insieme come parlare efficacemente di comunicazione passi soprattutto per l’identificazione e la rimozione di ostacoli e di preconcetti venutisi a creare con il tempo.

    Ragionando di pubblicità, in particolare, ci si trova sempre a che fare con immaginari personali e meccanismi così profondi e rivelatori delle persone che è spesso obbligatorio parlare per esempi, rappresentazioni, scenette, drammi in pillole, costruzioni pomposamente fittizie o tanto ridicolmente vere da parere idiozie.

    La realtà della comunicazione pubblicitaria deve insomma farsi virtuale per essere filtrata e compresa nei suoi termini più veri.

    E qui troviamo, non sto quasi a sottolinearla, una parentela stretta con cinema e letteratura, per esempio: per comunicare qualcosa ritenuto Vero il Credibile e l’Incredibile sono ben più duttili/utili del Reale, no?

    Ma restiamo in pubblicità. Quando si tratta di come parlarne per spiegare come funziona, quindi, virtuale per me è un aggettivo che poco ha a che fare con Internet e molto con l’umiltà di riconoscere ciò che c’è nelle persone per facilitare a queste una presa di coscienza, una consapevolezza – con buona pace di tutti i mezzi che vogliono farsi messaggi per vendere il calendario delle Veline di Striscia la Notizia.


    “Ma davvero ti pagano?”

    Condividere nozioni, informazioni, dritte, trucchi, tecniche, saggezze, scemate, esperienze, perle di saggezza sulla pubblicità e farlo usando Internet produce sovente le reazioni che seguono:

    “Dì, ma davvero fai i corsi di pubblicità online? Ma si fidano con i soldi? Gli fai vedere le campagne via email? Ma non è freddo fare le cose a distanza?”.

    Oppure:

    “Figo, ottimizzi un casino. Una volta che hai preparato un testo da far studiare poi correggi gli esercizi, fai il brillante e giù quattrini senza sbattersi. Te sei un bel furbino!”.

    Non mancano i:

    “Credo che Internet non permetta nessun tipo di condivisione a livello insegnamento. Sarò all’antica, ma al massimo trovo possibile un approfondimento personale su di un determinato argomento, via rete. Se un approfondimento, e su di un tema come la comunicazione, deve passare attraverso un’altra persona è bene che questa sia di fronte a te, altrimenti non si ha comunicazione/condivisione ma solo mera, povera informazione”.

    Fra i miei preferiti:

    “Internet è finita, non ci puntare più di tanto”, “Come fai a mandare uno spot via email? Mica tutti hanno la connessione superveloce!”, “Ti vanti di non vendere fumo nei tuoi annunci, e lo vendi sotto forma di bit adesso, dopo anni di onorata carriera?”.

    Raramente si è vista una fusione così fredda come questa tra i pregiudizi nei confronti di Internet e quelli sulla pubblicità. Del resto, Internet e pubblicità sono fra gli argomenti più scelti da chi giornalmente parla e commenta rubando frasi e commenti dai settimanali.
    In fondo, parlare a sproposito di argomenti inincasellabili secondo canoni precisi permette di non essere mai smentiti, di spacciare una parvenza di opinione propria e di far quindi parte di un determinato novero (quale? Fate voi).

    Venendo al concreto, spiegare le mie idee, adattare certe dinamiche che dal vivo incontro e uso al mezzo telematico non mi ha dato grossi problemi, perché fin dall’inizio, probabilmente per deformazione professionale, ho considerato la rete semplicemente come un mezzo diverso dal parlare a delle persone.

    Ho fatto delle valutazioni che riassumo:

    Internet non ha sensi, le persone più o meno cinque e per utilizzare Internet ne usano uno; vista e cervello devono supplire alla mancanza di un marcamento del tono, di un accenno di sarcasmo, di tutte quelle piccole cose che faccia a faccia danno conferme o aprono eccellenti dubbi. Il dialogo via posta elettronica dispone di surrogati validi fino ad un certo punto: esperienza insegna che la potenza espressivo-didattica di un’alzata di sopracciglio equivale a circa tre email ben circostanziate sull’argomento in oggetto – alla faccia dell’ottimizzazione dei costi e dei tempi. Certo, se le email sono state scritte spiegando bene cosa si intende, si passa più di quanto si possa far intuire con la mimica, ma la mimica stimola subito una domanda, e questa può essere più risolutiva... Se si è consci del mezzo, penso che tutto si possa fare. Se ci si incontra de visu qualche volta, però, è sicuramente meglio.

    La velocità di Internet è comoda, ma bisogna capirsi su quale tipo. Per me quella utile è quella che permette utilizzare al meglio il proprio tempo. All’inizio definisco che io rispondo a ogni messaggio entro x giorni lavorativi con i miei commenti, mentre chi partecipa agli incontri gestisce come crede il suo procedere all’interno di un tempo massimo – si parla di mesi.
    Perché spaccarsi nel mimare l’appuntamento fisso in un luogo deputato (non amo le chat), la scadenza improrogabile degli esercizi, oddìo sono rimasto indietro, non c’ero: mi fai leggere i tuoi appunti? Lo so, alcuni hanno l’impressione di far qualcosa solo in presenza di queste variabili, e magari con me non si trovano bene. C’è un’interesse? Coltiviamolo con cura, vogliamogli bene.
    Viva il crescere, abbasso gli hobby.

    I miei incontri funzionano in diversi modi, secondo se li faccio direttamente io o per altri organismi.
    In entrambi i casi, produco un testo di base diviso per temi.
    Per gli incontri miei il testo viene spedito in file progressivi: una volta “esaurito” l’argomento e gli esercizi si procede oltre.
    Per gli altri, l’intero testo è disponibile on line dietro password, e io opero come un tutor.

    Va da sè che il mio ruolo è abbastanza diverso, nelle due versioni.
    Nella prima il contatto è più diretto, arriva ad essere più simile al contatto fra persone in quanto si procede insieme, si definisce bene un argomento prima di passare ad un altro, e ho più carte in mano per insistere o sorvolare su certi aspetti – posso farlo a ragion ben veduta.

    Per gli altri incontri, chi partecipa ha la possibilità di gestire in prima persona lo studio e di decidere come e quando avere la mia consulenza. È un’arma a doppio taglio, è evidente, ma porta grandissimi vantaggi se si cerca con determinazione qualcosa di specifico e approfondito (questi incontri infatti non prevedono il livello base che io definisco spesso di “autodifesa” nei confronti della pubblicità).

    La posta elettronica è bella perché è antica. Infatti mi rendo conto di usarla come se avessi a disposizione un eroico portaordini, o Fidippide.
    Per me scrivere una email di commento ad un esercizio è proprio consegnare in forma di bit un dispaccio operativo: stai attento con i doppi sensi, era meglio il titolo precedente, non perdere di vista il target, rileggi quella tal parte del testo.
    A ciò mi sforzo di aggiungere una contestualizzazione del singolo messaggio nel divenire degli incontri e un costante incoraggiamento.
    L’idea è di essere efficace a sufficienza per togliere subito dalla testa dei partecipanti quei dubbi che quando alla fine di un incontro dal vivo chiedi: ci sono domande? nessuno esplicita ma escon fuori dopo i saluti, quando i partecipanti ti si ammassano intorno porgendoti la domanda che ritengono “di poco interesse per tutti”, “un dubbio molto personale” e via dicendo.
    Instaurare un dialogo a prova di “dubbi finali” è quasi facile, via email. Basta aver cura nello scrivere i propri commenti agli esercizi, definendo con precisione quello che si nota acquisito e dove invece c’è ancora da lavorare. Banale, se volete, ma dal vivo per me è più difficile, avendo a disposizione solo due ore serali alla settimana.

    Del resto, funziona anche al contrario: la cura nello scrivere, se riesco a trasmetterla, diventa uno strumento “autodidattico” molto potente. Dal vivo, spesso mi trovo davanti ad ingenuità colossali, delle quali le persone si rendono conto mentre le dicono (la pubblicità tutti la si subisce senza molto pensare...). Una volta però che le devono scrivere, sicuramente le rileggono... e hanno una possibilità in più per capire da soli (e quindi meglio). Ciò infonde ai partecipanti sicurezza e abilità nel muoversi in una materia dove tutto è assolutamente il contrario di tutto, non ci sono regole e neanche una certezza: non mi pare poco.

    * * *

    Fin qui la mia esperienza sul parlare di comunicazione on line.
    Mi piacerebbe sentire di esperienze diverse, c’è sempre da imparare (nessuno di voi tiene/segue corsi di maglia on line?).

testimongarli.com