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Le navi dei marinai prigionieri di Mo Ettore Corriere della sera 21/12/2003
I prigionieri delle navi, in porto senza ritorno REPORTAGE In ostaggio sui mercantili A Venezia otto marinai sulla Kawkab per il terzo Natale. A Napoli in quattro a bordo. Tutti in attesa dello stipendio Sono un carcere senza sbarre le due navi abbandonate al loro destino nei porti di Venezia e Napoli. Gli armatori sono scomparsi e l' equipaggio non vuole lasciare le imbarcazioni, in attesa di stipendi mai pagati. Una vita di stenti e solitudine. A bordo solo un frigo vuoto e stufe sempre spente. Ma nessuno ha accettato di essere rimpatriato: "Le nostre famiglie muoiono di fame, ci chiedono i soldi, ma non possiamo mandarglieli perché non ci pagano da anni. Chiediamo giustizia" VENEZIA - "Questo sarà il mio terzo Natale qui in Laguna", dice rassegnato Louis Mantouw, comandante della motonave Kawkab, bloccata sotto sequestro nel porto di Venezia dal 3 giugno del 2001 e probabilmente destinata alla demolizione, visto che sembra ormai svanita ogni possibilità di riprendere il mare. Per i sette membri dell' equipaggio che stanno con lui, il Natale ha un richiamo emotivo meno struggente, essendo tutti di fede musulmana: l' esotica ciurma è infatti composta da quattro egiziani e quattro indonesiani, fra i quali il capitano, che è il solo cristiano (avventista). "Però anche noi abbiamo perso altrettanti Ramadan", protesta un giovane macchinista dalla pelle scura. Se poi gli si chiede come e quando torneranno alle loro case, la risposta è la più vaga, semplice, rassicurante: "In sciallah, quando Dio vuole". Ma nessuno s' illude che, con quanto sta succedendo in Medio Oriente, Allah abbia tempo di ascoltare le loro suppliche: e il fatto di essere inchiodati nelle acque dell' eccelsa Repubblica marinara della Serenissima dev'essere di poco conforto per i nocchieri afro-asiatici. La Kawkab - 9.800 tonnellate, 150 metri di lunghezza - batte bandiera egiziana, ma si tratta, come sempre, di una bandiera di comodo, che non coinvolge il governo del Cairo, attribuendogli responsabilità dirette. L' armatore - pure egiziano - è rimasto a bordo fino a marzo del 2002: successivamente, però, gravato dai debiti e non più in grado di sostenere l' onere della nave e del suo equipaggio, è scomparso nel nulla e ha fatto perdere le proprie tracce. Da allora, la Kawkab è la casa-carcere senza sbarre degli otto marinai che sopravvivono grazie agli interventi di organizzazioni umanitarie come la Caritas, la Stella Maris, la Croce Rossa, o anche di piccole parrocchie del Veneto particolarmente sensibili alle tragedie del mare. L' assurdità è che stiamo per incontrare un gruppetto di "detenuti" che nessuno ha mai posto sotto accusa e su cui non sono mai state emesse sentenze. La loro colpa? Semplicemente sono rimasti sul ponte o nella stiva della nave che, in una situazione d' emergenza, aveva lanciato l' S.O.S. a questa o a quella capitaneria. E la capitaneria di Venezia-Marghera aveva dato il suo ok alla Kawkab, che adesso è ormeggiata sul Canale Nord, in mezzo a strutture di cemento - fabbriche, cantieri, forni, ciminiere - da tempo in letargo. Sulla fiancata della motonave, l' equipaggio ha scaricato 24 mesi di cattività, privazioni, solitudine, angoscia, tracciando con lo spray appelli disperati: al governo italiano. Abbiamo bisogno di aiuto. Vogliamo giustizia. Abbiamo bisogno del salario. Noi moriamo di fame, come le nostre famiglie. L' incontro è facilitato da Antonio Blasi, ispettore del sindacato dei marittimi e della ILO (International Labour Organization), e dal capitano Giovanni Olivieri che, dopo una lunga esperienza di navigazione, svolge ora funzioni di coordinatore nella stessa organizzazione. Ma nessuno dei due fa il burocrate. Il loro è un rapporto diretto con gli uomini. Parlano la stessa lingua, il dialetto della gente di mare. Dal 2002 appelli continui sono stati inviati al Dipartimento di sicurezza di Venezia, all' ambasciata della Repubblica d' Egitto, al Tribunale ordinario e alla Capitaneria di porto della Serenissima per denunciare il disagio estremo della Kawkab, rimasta senza gasolio, con conseguente blackout di tutti gli apparati elettrici indispensabili per un normale funzionamento della vita di bordo. In una lettera al ministero dei Trasporti (19 giugno 2002) Antonio Blasi informava senza mezzi termini le autorità che l' equipaggio della nave emarginata a Venezia "necessita di acqua potabile nei prossimi tre giorni, nonché di viveri" e sottolineava che "il palleggiamento di competenze non risolve l' urgente problema di ordine pubblico" emerso nel porto di Venezia. Sul molo è una giornata di leggera foschia, con qualche strappo d' azzurro nel cielo. Il primo a scendere dalla scaletta ripida dell' imbarcazione, non appena l' ispettore Blasi lo reclama a voce dalla banchina, è il comandante Mantouw, seguito dal direttore di macchina Azniramur e da un giovane membro dell' equipaggio, spensierato e sorridente a scapito delle circostanze, che si chiama (ma non son certo d' aver afferrato bene il nome) Aghmad Nano Priyatno, 27 anni: tutti e tre indonesiani. La motonave, quando saliamo a bordo rampicando sulla scaletta di ferro, fa l' effetto di una grande casa vuota e disadorna, disabitata da tempo: se non dai piccioni lagunari, che vi hanno fatto il nido, decorandola con maleodoranti incrostazioni. Vuota la grande cucina, vuoti l' enorme frigo, gli scaffali e le madie, spenti e ormai gelidi stufe e fornelli. La mensa degli ufficiali, con tavoli sedie e poltrone su cui non siede più nessuno, sembra il ripostiglio di un museo abbandonato o il retrobottega di un rigattiere. Eppure, durante le interminabili rotte nei mari caldi, doveva essere un rifugio cosy e rilassante. Muti e spenti i televisori poggiati in alto sulle mensole, che spezzavano la monotonia di serate talvolta gravide di tristezza. Non sono quasi in grado di dare una risposta, i marinai, quando gli si chiede come trascorrono la giornata. "Ma il peggio è quando fa notte - dice uno dei macchinisti - perché il generatore funziona appena per un paio d' ore, dalle dieci a mezzanotte, e non bastano per riscaldare lo... scafo. Ci sdraiamo sulle brande carichi di coperte. Ma quando il termometro scenderà sotto lo zero sarà come dormire in una ghiacciaia". Ma più dei disagi fisici - il freddo, talvolta la fame - sono quelli spirituali - la solitudine, la nostalgia - a contribuire maggiormente allo stato di prostrazione quotidiana dell' equipaggio: ed è soprattutto il ricordo della famiglia lontana e irraggiungibile ad alimentare il coro delle geremiadi che si leva di continuo dal ponte della nave. Il pensiero del comandante, che ha 50 anni, vola sempre in direzione di Giakarta, dove vivono la moglie e sei figli, in "gravi difficoltà economiche perché sono senza soldi e io non gliene posso mandare, non ricevendo lo stipendio da un paio d' anni". Uguale lamento fiorisce (si fa per dire) sulla bocca del direttore di macchina che di figli ne ha cinque, in Indonesia. Stesse condizioni d' indigenza che impediscono ai suoi ragazzi, ancora piccoli, di frequentare la scuola: "È questo il mio vero cruccio - dice -: che crescano somari e analfabeti per colpa mia; o piuttosto per colpa di quello stronzo d' armatore che ci ha piantati in asso in mezzo al mare". Non meno dolente l' assolo dello steward Mohammad, egiziano, che ha trovato un impiego provvisorio presso una ditta di lampadari, a Venezia: "Dopo la morte di mio padre avvenuta circa due mesi fa - confida - sono io il capofamiglia, con due fratelli e tre sorelle a carico. Abitiamo in un villaggio a una cinquantina di chilometri da Alessandria. Li ho sentiti l' ultima volta per telefono quando mi dissero che papà se n' era andato. Non sapevo neanche che fosse malato, al momento del mio imbarco stava bene. Ora, i miei fratelli chiedono soldi. Ma io, come faccio? L' ultimo salario l' ho visto nel dicembre del 2001". Grazie al telefono messo a disposizione da Stella Maris o da altre organizzazioni, i marinai della Kawkab si sentono meno isolati. Lo è certamente il giovane Aghmad Nano che solo una settimana fa è riuscito a mettersi in contatto con la fidanzata: "Si chiama Tina e vive a Jakarta - racconta tutto euforico -: ma ciò che più mi pesa, oltre la sua lontananza, è di non poter continuare a studiare, dopo i corsi della scuola nautica, l' inglese, la matematica e tutto il resto...". Secondo quanto stabilito dalla ILO, informa l' ispettore Blasi, la paga-base (minima) di un marittimo era di 457 dollari al mese, ma quest' anno è stata fatta lievitare fino a 817 dollari: che non è molto, commentano gli interessati, se si pensa che i marinai a bordo lavorano anche durante il weekend. La speranza di tutti, adesso, è che la vertenza della Kawkab venga risolta al più presto (con vendita e acquisto dell' imbarcazione) con pieno risarcimento dell' equipaggio e retribuzione dei salari mai versati per oltre due anni: soddisfazione più che legittima, anche se parte di quel denaro verrà assorbita per saldare i debiti contratti dopo il blocco-sequestro della motonave nell' estate del 2001. Sarebbe prematuro suggerire che l' ottimismo s' è accampato sul Canale Nord del porto di Venezia. Troppi intoppi e rinvii ha subìto la vertenza perché si possa celermente rimuovere la diffidenza dell' equipaggio. E molto dipende, naturalmente, dalle condizioni dell' accordo finale, se sarà raggiunto: dal momento che tutti e otto marinai hanno una gran voglia di tornarsene a casa, abbandonando la nave-prigione; ma nessuno è disposto a rientrare in famiglia con le tasche vuote. "È proprio per questo - affermano - che finora abbiamo respinto l' offerta del rimpatrio gratuito, senza la liquidazione degli arretrati". Nei primi tempi, la sosta a Venezia aveva assunto i connotati di una vera e propria detenzione: chi scendeva a terra, non poteva sconfinare oltre il molo. E questo per scoraggiare la tentazione di inserirsi clandestinamente nel paese e rimanervi, come qualche volta era avvenuto. Successivamente, però, quando era ormai evidente che la Kawkab sarebbe rimasta a lungo nel porto, ai suoi marinai venne concessa una maggior libertà di movimento; e infine, grazie all' interessamento dei sindacati e di Stella Maris, qualcuno riuscì anche a trovarsi un lavoro e a guadagnarsi qualche euro. "Noi siamo amici dei seamen stranieri - dice Michele Mingardi, di Stella Maris - e cerchiamo di seguirli nella quotidianità. D' accordo col Comune, abbiamo istituito per loro un corso d' italiano, che potrebbe giovargli per la ricerca di un posto di lavoro temporaneo. Abbiamo anche cercato di suscitare interesse nei media per i loro problemi: e il risultato più evidente è un documentario di 78 minuti presentato con successo alla Mostra del Cinema di Venezia, 60esima edizione". Qualcuno deve averli visti, questi ragazzi della Kawkab, così dimessi e spauriti, mentre si spingevano dalla periferia al centro attraverso il dedalo festoso di calli, ponti e campielli: poveri diavoli di turisti, inebetiti da tanta ricchezza di colori, acque e canoe meravigliose - le gondole - mai viste sui loro pigri e verdi canali, in Indonesia o nella Valle dei Re. In San Marco, il Florian e l' Harry' s Bar erano paradisi mondani fuori dalla loro portata: ma lo era anche un' "ombreta" nella più scalcagnata delle osterie. Solo i piccioni, che volavano bassi e schizzavano sostanze viscide in testa alla gente, li riconducevano alla realtà della nave e dell' esilio. Ma due anni di ozio forzato non è una tragedia sufficiente per costringere i nostri marinai ad abbandonare il mare, anche se le stigmate sono molte e le ferite bruciano. È la reazione dell' egiziano di Alessandria che, prima di Venezia, è stato bloccato per un mese ad Aqaba e per due in Georgia: "Continuerò a navigare fino a quando avrò vita - dice - solo, vorrei qualche garanzia in più. Per non morire di fame". Getta la spugna, invece, lo steward Mohammad che così scolpisce la sua dichiarazione di resa: "Dopo Venezia, basta, basta, basta! Ho chiuso. Per sempre". Tanta è la letteratura dedicata al mare che appena spunta fuori un marinaio ognuno corre col pensiero a Herman Melville e a quell' "angolo del mondo di Nantucket" donde comincia l' epica caccia alla Balena Bianca: un equipaggio di "eremiti" che non sembra aver alcun rapporto con la terraferma. Una mistica o filosofia con cui gli uomini della Kawkab non hanno nulla con cui spartire. Insensibili al fascino del mare, hanno firmato l' ingaggio per sbarcare il lunario e portare qualche soldo a casa. Altro che Moby Dick! E adesso li vedi accartocciati nelle loro coperte e nella loro pena. La stessa storia si ripete a Napoli, dove un paio d' anni fa sbarca un mercantile proveniente dal Mar Nero, che è ancora lì. L' imbarcazione, una carretta di 500 tonnellate che ai tempi era un peschereccio d' alto mare dell' ex Unione Sovietica, si chiama Eugenia 5 e non si vede, conciata com' è, chi possa avere l' ardire di rilevarla, ridestinandola alle rotte del Mediterraneo. Dei sette membri dell' equipaggio originale sono rimasti in quattro, tutti georgiani. "Abbiamo navigato per mesi - dice il primo macchinista, Sacrò Anuscize -, Turchia, Cipro, Tunisia... Quando arriviamo nelle acque di Napoli, saltano le macchine, un guasto irreparabile. Dopo un nostro S.O.S., la locale Capitaneria ci rimorchia nel porto, dove siamo tuttora. Sospettavano che avessimo clandestini a bordo e magari un po' di droga, merce di contrabbando. Niente di tutto ciò. L' ispezione ha confermato che eravamo "puliti"". "Sono 16 anni che lavoro sulle navi - si sfoga Garà Abdulayev, direttore di macchina, 46 anni, la famiglia a Baku -, in questa trasferta, mai visto una lira di salario. Accettare l' invito al rimpatrio significherebbe la rinunzia agli arretrati e a tutti i nostri diritti. Finché possibile, noi quattro resistiamo. Certo, è dura. Quasi ogni giorno mi chiamano al telefono, da casa. La mia testa non funziona più. Finirà che mi scoppia". Il clima di Napoli è più mite che a Venezia. Ma a sera, quando il vento increspa il mare, comincia a far freddo e anche qui il gasolio scarseggia. L' accesso alla barca è problematico e dobbiamo contentarci di contemplare lo squallore dello scafo dalla banchina. Ma il comandante dell' Eugenia 5, Martich Sultanian 52 anni, sembra ugualmente fiducioso: "Speriamo di venderla subito dopo Natale - dice carezzando il rudere con gli occhi -. Siamo sbarcati a Napoli due anni fa. "L' armatore turco non aveva più soldi ed era sparito. Qui possiamo contare sull' appoggio della Capitaneria e del suo comandante, Vezzi, cui siamo molto grati. Quanto a me, che dire? È un momento un po' triste per uno che ha lavorato per 35 anni con la flotta mercantile sovietica e ha navigato per tutti gli oceani". Il pensiero di tornare in Georgia dopo i recenti, drastici cambiamenti non sembra sgomentarlo. "Nessun rimpianto - taglia corto - per Shevarnadze. Una politica sbagliata. Niente funzionava: né l' industria, né l' agricoltura e neanche il turismo. Senza di lui, andrà tutto meglio". Ma sono in molti a dubitare che sarà l' Eugenia 5 a riportarlo a casa. |