Kamikaze
 

Kamikaze

Quale particolare equilibrio tra lucidità e angoscia è alla base della decisione di diventare kamikaze? Ho conosciuto il figlio di una kamikaze, il giorno di Natale.
Ero dai miei suoceri, e lui ricambiava la visita fatta subito dopo il decesso della donna. Il fatto era successo due sere prima.

“E’ successo così in fretta. Era scesa giù per le scale dicendo che soffocava, chiamava aiuto. Dopo un attimo non stava più in piedi: l’ho presa in braccio per metterla in macchina, ed è morta lì”

Silenzio pesante.

“Guardate, ho ancora il segno della portiera sulla mano di quando è morta. Sapete, pesava novanta chili”

Se ne è andata in fretta...

“Probabilmente era clinicamente morta mentre faceva le scale: il cervello mandava segnali ma il cuore era già fermo”

C’eri solo tu in casa?

“Il ragazzo rumeno che sta da noi è a casa per le feste. Mia sorella e mio padre erano via, mio fratello si è alzato un momento per il trambusto, poi è tornato a letto. Lui è sempre in coma. Io non ero ancora a letto, anche se in questi giorni mi alzo prima perché ghiaccia e devo star dietro alle bestie”

“Adesso la vita cambia, e di brutto. Prima trovavo tutto pronto. Ora il problema è grosso. Anche col rumeno, bisognerà prendere provvedimenti. Dicono che il matrimonio ti cambia la vita, ma sono questi fatti qui che ti lasciano davvero in braghe di tela: il matrimonio ti fa proseguire come prima”

“E’ stato un bene che sia morta così. Metti che le veniva un ictus: bisognava stargli dietro, magari perfino lasciare il lavoro, un disastro”

“Farmi da mangiare? Io lavoro, come faccio? E’ un problema, non so davvero dove sbattere la testa...”

Con questo ragazzo di circa trent’anni c’era una donna – pensavo fosse la sorella maggiore e invece era la fidanzata di diciannove anni. Erano venuti in sella ad un Ciao.
La cosa più personale che quel ragazzo abbia detto della madre, oltre che aveva cinquantadue anni e che pesava novanta chili, è stata che ora è tutta gonfia, perché non le hanno fatta l’autopsia. Se ne è andato quasi sorridente, sicuramente sollevato dagli sfoghi.

I primi cento passi sono per me.
Per il mio corpo, le mie gambe e la mia testa.
Sono al mondo e lieto di essere al mondo.
Mondo, ti ringrazio che sei qui.
Anche se questo cielo non è il mio cielo,
anche se questo cielo è il cielo di un dio che non è esattamente il mio dio.
Ma in fondo, penso che dio e dio siano buoni amici
(se non addirittura la stessa persona, come alcuni sostengono).*

Quale particolare equlibrio tra lucidità e angoscia è alla base della decisione di diventare kamikaze? Ho conosciuto il figlio di una kamikaze, e ancora non lo so. Spero solo che per il dio di quella donna la vendetta non sia un peccato mortale.


*da: Il culto dei morti nell’Italia contemporanea, di Giulio Mozzi. Einaudi, 2000.

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