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26/6/2000

Si scrive come si clicca?

Lo scrittore Giulio Mozzi, nella foto, è una solida realtà del panorama culturale italiano di oggi, impegnativa occupazione che comprende l'essere il motore dell'affermata Piccola Scuola di Scrittura Creativa di Padova. Fra le sue ultime pubblicazioni troviamo il poema: "Il culto dei morti nell'Italia contemporanea", appena uscito per Einuadi, e la nuova edizione del "Ricettario di scrittura creativa", scritto con Stefano Brugnolo per Zanichelli.

- La prima domanda è classica: il tuo modo di scrivere risente di Internet, in qualche modo?
Sto scrivendo un racconto in forma di pagina personale. Trovo che le pagine personali siano affascinanti. Sono fatte tutte da gente diversa, eppure sono tutte uguali. Le mie foto, i miei hobby (sempre quelli), i miei gatti... Sempre gli stessi trucchi grafici, le stesse streghette che attraversano lo schermo, la stessa retorica ingenua per attirare l'attenzione ("Un sito con moltissimi link interessanti", "Un sito che vi sorprenderà" eccetera). Mi fanno lo stesso effetto di un museo degli ex voto (a Padova, mia città, ce n'è uno bellissimo all'interno della Basilica di Sant'Antonio). Questo furioso desiderio di esserci, nella rete, e di distinguersi; e questa ingenua e feroce e inconsapevole omologazione, mi commuovono davvero.
Poi, sto scrivendo anche un racconto in forma di scambio di messaggi SMS...

- Che rapporto hai con la rete?

La posta elettronica è una cosa comoda da usare. L'universo intorno a me si divide in due: chi è connesso e chi no. Chi è connesso è, o sembra essere, o ritiene di essere - privilegiato. Frasi del tipo: "La posta elettronica è indispensabile" sono diventate usuali con rapidità che mi spaventa. Conosco persone che non sono più capaci di prendere un foglio, scriverci sopra, metterlo in una busta, incollare un francobollo, scrivere l'indirizzo e infillare nella buca delle poste. Fino a pochi mesi fa il tormentone era: "Mi dà il suo numero di fax?". Adesso è: "Mi dà la sua e-mail?". La verità è che mi sono dotato di fax e di e-mail perché ero stufo di passare per un mentecatto.
Quanto al Web, è un pantano che non finisce più. Penso che bisogna diventare bravissimi, per riuscire a ricavarne qualcosa.

- I siti dove è possibile pubblicare il proprio romanzo nel cassetto ormai non si contano più, per non parlare della facilità di pubblicare in proprio. Secondo te tutto ciò porta avanti "lo scrivere" o aumenta solo lo scriversi addosso di un popolo che tende a  leggere solo quello che scrive?

Faccio un'affermazione di principio: l'origine della scrittura è nel lettore. Se non c'è lettore, la scrittura nemmeno esiste. Quanto ai siti dove si può liberamente pubblicare, ho il sospetto che non li guardi nessuno. Il problema è che su un milione di persone che si affacciano nel Web, forse mille ci si sanno muovere con la stessa agilità che tutti abbiamo quando, per dire, ci muoviamo nel supermercato. Quindi trovare ciò che si vuole è difficilissimo, farsi trovare da chi si vuole è difficilissimo.
In questa situazione, direi che la possibilità di pubblicare gratuitamente in rete ha, forse, un solo effetto positivo: togliere il pane a quella masnada di pseudoeditori che pubblicano - meglio: fingono di pubblicare - a spese degli autori: Lalli, Firenze Libri, Edizioni Nuovi Autori, Cultura 2000, e chi più ne ha più ne metta. Se costoro faranno meno soldi, sarà un bene per tutti.

- La lingua di email e SMS secondo te è un evoluzione o un'involuzione?

Io scrivo sempre nello stesso modo. Nelle comunicazioni "private" uso una lingua più libera, com'è ovvio e naturale. Nei messaggi SMS, il vincolo della brevità è interessante: si gioca a dire più cose possibile in 160 e più caratteri... Mediamente, direi che le e-mail che ricevo non sono scritte né meglio né peggio delle lettere che ricevo per posta. Ma bisogna considerare che i miei corrispondenti sono generalmente persone che usano molto la scrittura, per lavoro o per piacere.
Comunque, questo è un argomento sul quale si fa molta chiacchiera, anche giornalistica; e anche molto terrorismo informativo ("i nostri bambini non sanno più scrivere" ecc.). Ma ci sono fior di sociolinguisti che stanno appunto studiando queste cose, ed è a loro che dovrebbero essere poste le domande.

***

Vedere i vincoli della comunicazione come stimolo è comune tra chi ha un approccio professionale al linguaggio. Meno lo è per altri, che si trovano per questo a "subire" Internet, a viverla secondo input altrui, e a non trarne quanto potrebbero per i loro interessi. Sempre queste persone sono fra le più soggette al "terrorismo informativo" di cui Mozzi parla nell'intervista (scriviamo "fra" in quanto molti, grazie a queste efferate azioni, da internet si tengono alla larga "sulla fiducia", diciamo così). Meditiamo su questo, se ci sentiamo culturalmente elevati perché stiamo più tempo collegati in rete che davanti al televisore.

 

(a cura della redazione. La fotodi Giulio Mozzi è di Elisabetta Canevarolo)

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