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La realtà presa a pugni dai media

un articolo di Pippo Russo apparso su "il manifesto" del 20 febbraio 2001

Camacho senior contro Camacho junior, padre contro figlio: doveva essere la sfida pugilistica dell'anno e invece, si è scoperto dopo, era solo un "infortunio giornalistico". Alcune riflessioni su uno strano caso da corto circuito informativo

Quella che stiamo per raccontarvi è una parabola sul sistema dei media.

Essa parte da uno spunto
legato all'ambito sportivo, per esulare successivamente da esso e ispirare considerazioni di
carattere generale su quello che è l'odierno funzionamento dell'informazione, sugli effetti perversi
che un sistema può trovarsi a affrontare per "eccesso di integrazione", e sull'autorevolezza delle
"fonti di verità" sulle quali si regge il rito quotidiano dell'approvvigionamento e smistamento delle
notizie. Soprattutto, ci si vuole interrogare sulle possibilità di corto circuito informativo in agguato
all'interno di una struttura del sistema dell'informazione che sta attraversando una lunga fase di
trasformazione nella quale coesistono media tradizionali e innovativi.

Il fatto (o meglio, il non-fatto) attorno al quale si articola la nostra riflessione si è verificato due
settimane fa. Lunedì 5 febbraio l'Ansa, principale agenzia di stampa italiana, lancia alle 13,25 una
notizia che già dal titolo preannuncia il proprio carattere sconvolgente: Pugilato: l'ultima frontiera del
ring, match padre-figlio. Ne citiamo gli stralci più significativi: "E' l'ultima stranezza della boxe
americana ed ha come protagonista Hector Camacho, un pugile dal passato glorioso: è stato anche
campione del mondo. L'oriundo portoricano a 38 anni combatte ancora ed ora sfiderà suo figlio
Hector junior, che di anni ne ha 22. (...) L'offerta per convincere padre e figlio a battersi entro
giugno è sostanziosa, nei termini di qualche miliardo a testa. Ad occuparsi dell'evento dovrebbe
essere America Presents di Dan Goossen, lo stesso impresario che entro il 2002 vuole allestire
Ali-Foreman 2, ovvero la rivincita del mitico match nello Zaire, ma stavolta tra le figlie: Laila contro
Freeda. Per Hector senior-Hector junior è già pronta anche la diretta tv, sulle frequenze della Hbo.
Camacho padre, reduce da un oneroso divorzio, all'inizio era perplesso, ma adesso non più, anche
perché Camacho figlio ha fatto sapere che è pronto a battersi con lui, a chi colpisce più forte,
perché sul ring anche papà è un avversario come un altro".

Un lancio successivo (delle 15,40) riporta un commento pittosto duro dell'ex campione del basket, Dino Meneghin; il quale a fine carriera si trovò a giocare contro il figlio. Alle 20,21 arriva sui tavoli delle redazioni un terzo lancio, che è il frutto di un lungo lavorìo di retroscena; esso smentisce di fatto la notizia dell'incontro fra Camacho padre e figlio, pur senza pronunciarsi esplicitamente sull'infondatezza della notizia diffusa 7 ore prima.

Il titolo recita infatti: Pugilato: padre-figlio; promoter, bella idea ma lo sconsiglio. Le parole
sono di Dan Goossen, che secondo il lancio delle 13,25 avrebbe dovuto organizzare il match di
trash-boxe; il quale usa toni perentori, che non lasciano spazio a dubbi: "(...) A Miami gira questa
voce - dice Goossen al telefono da New York - ma sebbene sia una bella storia, non credo che ci
siano molte possibilità che si realizzi. Io non sono interessato, sconsiglio questo match: non è il
caso. Della carriera di Hector junior mi interesso io (...) e il ragazzo è già pronto per combattere per
il Mondiale. E' questo il match che io voglio fargli disputare a giugno, e non quello contro suo
padre". Come si può comprendere dalle parole di Goossen, il match di boxe fra i due Camacho non è mai stato in agenda; a meno di dar credito alle "voci che girano", le quali di certo in nessun caso possono contrapporsi per autorevolezza e verosimiglianza alle parole del promoter.

La notizia del match viene dunque
"corretta" nella forma e smentita nella sostanza; e, quel che è maggiormente meritevole di
attenzione, la diffusione di tale nuova versione giunge a un orario utile a consentire agli altri attori
del sistema dei media (quotidiani e stazioni televisive nazionali) di evitare l'infortunio giornalistico
costituito dalla diffusione di una non-notizia dal contenuto così dirompente. Ma è proprio a questo
punto che inizia la seconda parte della vicenda.

I quotidiani del giorno dopo, infatti, riportano quasi tutti la notizia del match fra padre e figlio per
come era stata diffusa dal lancio d'agenzia delle 13,25. I soli giornali a non incappare nell'equivoco
sono il Corriere della Sera, La Gazzetta dello Sport e il Corriere dello Sport/Stadio, per merito
rispettivamente dei cronisti Claudio Colombo, Massimo Lopes Pegna e Dario Torromeo. Non
altrettanto avveduti sono stati gli altri organi di stampa; i quali, prendendo per buona la notizia
nella versione contenuta dal primo lancio Ansa, hanno scelto di presentarla secondo un modulo di
tipo moralistico (come, del resto, era inevitabile che accadesse). Su Repubblica, un articolo non
firmato, di taglio ridotto e intitolato Padre contro figlio, ormai è boxe follia, iniziava in modo
perentorio: "Ci mancava: padre contro figlio, su un ring. E' l'ultima perversione della boxe, dopo
uomo contro donna e figli contro figli". Dello stesso tenore l'articolo di Riccardo Signori su il
Giornale, intitolato inequivocabilmente: Camacho, padre contro figlio sul ring.

Su Giorno-Carlino-Nazione, il pezzo siglato Al. Fi. reca il titolo Caro papà, ti prendo a pugni; e l'incipit si allinea al tono moralistico che la non-notizia suscita: "Povera boxe, ridotta a un osceno cabaret
diffamatorio della tradizione di questo sport". Tuttosport pubblica la notizia a pagina 16 e dedica a
essa un commento di Alberto Manassero, nella sua rubrica Contropiede, a pagina 19. Ma l'infortunio
più grave è quello nel quale incappa Il Messaggero; il quotidiano romano, infatti, dedica alla
non-notizia un lungo articolo con richiamo in prima pagina, scritto fra l'altro da una delle sue firme
di spicco, Piero Mei. Intitolato: Il figlio sfida il padre: boxe senza pietà, esso si basa in modo
pedissequo sul lancio delle 13,25, perpetuando una versione successivamente smentita dalla
stessa agenzia: "Avverrà, dice l'organizzatore Dan Goossen, che è lo stesso che ha ingaggiato le
pugilistiche figliole di Alì-Foreman, quanto prima: entro il 22 giugno, annuncia la grande mossa
pubblicitaria (e se fosse solo questo?)".

Nel passaggio che più di tutti segnala una presa di posizione moralisticamente caratterizzata, Mei scrive: "Ma è una finzione: perché i due Camacho poi i conti li regoleranno davanti allo sportello di una banca, dividendosi l'ingaggio o quel che resterà loro, lasciato dai sempre più audaci inventori dello sport-spettacolo. Che è sempre più spesso uno spettacolo deprimente, nel quale si esaltano non le virtù ma i vizi della vita".

Cadono nel medesimoerrore, seppur in misura e modo diverso, anche alcune fra le principali reti televisive nazionali.
Quindi, a partire dal giorno dopo, la notizia sparisce nel nulla, senza che qualcuno si curi di
smentirla ufficialmente.
Fin qui l'aspetto di cronaca (o, per meglio dire, di "cronaca della cronaca"). A margine della vicenda,
però si fanno largo due considerazioni sull'assetto complessivo del sistema dei media e sugli
equilibri che lo caratterizzano. La prima considerazione riguarda il ruolo che rivestono, all'interno di
tale assetto, le agenzie di stampa; esse, sempre di più, hanno assunto un ruolo oracolare, che le
legittima come fonti di verità piuttosto che come servizi di supporto all'approvvigionamento
giornalistico. Lo scatenarsi della concorrenza sul terreno dell'informazione, unito a una sempre più
fitta interdipendenza delle fonti che è la causa principale del cosiddetto overload informativo, hanno
fatto sì che le notizie provenienti dalle agenzie si vedano sottoporre a sempre più bassi livelli di
verifica. Il che nei fatti, seppur non nelle intenzioni, conferisce alle stesse agenzie un'autorevolezza
informativa spropositata: quasi come se nelle agenzie medesime non lavorassero giornalisti di
qualità equiparabile (se non inferiore) a quella dei giornalisti impiegati nelle redazioni dei giornali
tradizionali.

La seconda considerazione riguarda il difficile equilibrio fra old e new journalism. Così come alla
base della new economy esiste uno zoccolo duro di old economy, allo stesso modo il giornalismo
della contemporaneità condivide uno spazio (né potrebbe esimersi dal farlo) con fonti di stampa
che, per riprendere uno slogan pubblicitario dal tono pressoché dispregiativo, "producono giornali
che escono una sola volta al giorno". La coesistenza fra due modelli di informazione-giornalismo
(e, nel complesso, fra due logiche produttive) così distanti crea una situazione ibrida, nella quale
l'agilità informativa delle agenzie si scontra con la "pesantezza e irreversibilità" del giornale
tradizionale. Il quale, una volta avviato il processo che condurrà al prodotto finale, è assolutamente
incapace di autocorreggersi; persino in presenza di un errore comprovato. Di infortuni così clamorosi
ne vedremo realizzare molti altri, finché non ci si sarà sforzati di trovare un più corretto equilibrio di
sistema e non si sarà restituito un ruolo più limitato alle agenzie di stampa.