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Dopo Carosello/12 – Noi che non siamo gli americani

24/06/01

Dopo Carosello (il tormentone oggi va all’inizio, perché al curatore di vibrisse piace e in questi giorni compie gli anni) secondo il sentir comune c’è stata l’invasione dell’America, pubblicitariamente parlando. TV commerciali, marketing più diretto, fine della tradizione cartellonistica italiana.

Secondo altri, poi, la tanto decantata globalizzazione costituirebbe la seconda ondata d’invasione, con l’imposizione di uno stile di vita (meglio: way of life) dettato dalle esigenze dell’industria d’oltreoceano.

Queste sono bugie pigre quando non interessate, vengono fuori all’inizio di ogni estate, ed è per questo che ne parlo a giugno. Sono l’equivalente delle discussioni sulle diete fantasiose non appena ci si deve mettere il costume da bagno.
Sono estive perché sotto l’ombrellone il luogo comune va usato precotto, come l’insalata di riso, e fa rimanere l’amaro in bocca il pensare che mettere come spartiacque Carosello è un falso storico.

Andiamo per ordine. Non serve avere i capelli bianchi per sapere che nel secondo dopoguerra e poi nel sedicente boom economico i prodotti americani la facevano già da padroni. C’era solo bisogno di un maggior filtro “nazionale”: il cinema americano e i suoi modelli avevano già lavorato bene (ricordo uno splendido saggio di Calvino in merito, “Autobiografia di uno spettatore”), ma per diventare veri consumatori ci voleva ancora qualche cautela.

Nel nostalgico ricordare si continua l’inganno di chiamare all’italiana “Colgate” quello che in originale si leggerebbe “Colghèit”, per esempio, come fu allora imposto.
Che dire poi del detersivo Tide, che nessuno si sognerebbe di leggere “Tàid” ... alla vostra memoria e perspicacia trovare altri esempi simili.
L’immaginario collettivo ha quindi incorporati come geni fondanti il marketing all’americana, fonte tra l’altro di dolci memorie e lucrosi business a cascata, da Fazio e Red Ronnie in su (o in giù).

La cosa rimane più evidente ancora in campo musicale - altro campo prettamente estivo per marketing e non per libera scelta degli ascoltatori.

In tempi di autarchia nazionale la canzone “Saint Louis Blues” diventava “tristezze di San Luigi”, quindi l’invasione di musica americana e la democrazia hanno portato almeno un po’ di chiarezza sulle informazioni di base.
Ma che dire di un certo benpensante immaginario collettivo che condanna l’esterofilia musicale dei ragazzi di oggi quando rimpiange Celentano o Peppino di Capri nelle cover di pezzi americani portati dai marines? Certo, le motivazioni storiche dei fatti sono importanti, ma vengono dimenticate e usate malamente per pigri discorsi nostalgici come: “a quei tempi si saran pure sempre suonate cose americane, ma non c’era l’imposizione di modelli che c’è adesso”. Balle: ora c’è solo più pigrizia, coltivata e sfruttata come un campo di papaveri in Colombia.

La scelta è molto superiore alla capacità di ascolto di ognuno (che dite, sarà per questo che siam pigri?) eppure ci sono polemiche sul fatto che i “giovani” ascoltino determinata musica invece di altra, indignazione per testi leggeri alla vamos a la playa e calderone unico per tutti i testi non in lingua italiana.

In tutto questo i pubblicitari sono registi accorti, in quanto non devono scrivere nulla, ma coordinare attacchi, reazioni e paccottiglie interessate che non scrivono loro. Un buon “regista” in questi casi lavora quasi esclusivamente su materiali da altri prodotto (che l’idea sia più importante della sua realizzazione non l’ha certo inventato Duchamp con il suo fondamentale pisciatoio rovesciato).

Qui la comunicazione pubblicitaria ha anche una triste funzione di copertura, spesso e volentieri. Spacciare Ricky Martin e Cristina Aguilera come musica latina di successo (sarà di successo, ma non è certo granché latina) è mettere un cappio di controllo agli statunitensi di lingua ispanica che in molte zone sono già maggioranza.

Dire che Ramazzotti fa musica italiana è aggrapparsi al passaporto, eppure grazie a questa bugia si muove tutto un volano di ottimismo che sostiene un business prossimo all’asfissia... ma restiamo allegri.

Pensiamo che in Italia vendiamo tutto più facilmente se al prodotto abbiniamo un concorso a premi dei quali il primo è un viaggio negli USA. Loro che son già lì, come faranno? Qualche vantaggio lo abbiamo anche noi, come vedete...

Sotto l’ombrellone, se vi capita, pensate a tutto questo quando vi passa sopra la testa l’aeroplanino con la scritta inneggiante alla bibita, e vi dà fastidio il rumore e pensate che la pubblicità, in fondo, è solo colore e un po’ di baccano.

Buona estate!

Mauro Mongarli

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