DC 25
 

DC/25 –Quando arte e pubblicità si toccano, o: la comunicazione come onanismo.
2/05/2002

I rapporti tra arte e pubblicità suscitano curiosità ai limiti del morboso, lo noto ogni volta che l’argomento viene toccato durante i miei incontri sulla pubblicità.

Chi con occhi speranzosi mi chiede conferma che sono due cose ben separate, chi da un tecnico si aspetta frasi tipo: sì, la pubblicità è l’arte dei nostri giorni. Altri sono giustamente, umanamente incuriositi dal fatto che molte opere d’arte al nostro animo non dicono granché ma molta pubblicità sì.

A tutti dico la mia opinione, cioè che un artista esprime il suo più intimo essere: qualcosa di unico. E’ il suo sogno, che grazie al suo lavoro diventa un sogno anche per altri, come disse una volta Fellini.

In pubblicità, invece, abili artigiani si misurano con bi-sogni.
Sogni doppi perché condivisi in partenza, comuni ad altri per statuto.
Bisogni che accomunano, che fanno di un gruppo di persone una comunità.
Mangiare, bere, dormire, andare serenamente di corpo, distinguersi, informarsi, divertirsi, capire. Dimenticare. Ricordare.

Tutti questi bisogni, queste spinte, portano a ciò che chiamiamo comunicare, che comprende l’arte, che comprende la pubblicità.
Se è uno spot che ci commuove, lo fa perché vuole farlo e cerca/trova in noi terreno fertile, sensibile all’argomento trattato. Se ci vuole scuotere, o provocare, o darci un momento di tenerezza le tecniche sono simili per arte e pubblicità.
Siamo noi che cambiamo.

Siamo noi ad essere in un dato momento arte, in un altro pubblicità, in un altro ancora più simili ad un pomello liberty, quando siamo chiusi ad ogni tipo di dialogo (succede, no?).

Nel realizzare questo mi par di cogliere un che di autoerotico, un piacersi/scoprirsi del tutto naturale, un retaggio in età adulta dell’innamoramento di noi stessi che tutti viviamo da neonati.
Il vivere in questo presente certo non aiuta ad operare tranquillizzanti distinguo.

L’arte va, viaggia veloce e spesso sfugge anche all’artista stesso.
Certe espressioni artistiche, come l’astrazione o l’arte concettuale, sono vicine al nudo pensiero.
La pubblicità, per parte sua, azzardo a dire che è una delle forme di comunicazione che sostituiscono “l’arte che si capisce”.
Una fra le tante, e nemmeno fra le più nobili. Parlo di “sostituzione” per manifesta inabilità, per partito preso o meno, di certe forme d’arte di veicolare sentimenti e sensazioni.

“L’arte che si capisce” è un bisogno sentito da tanti, soprattutto da chi non ha una cultura estetica “finita”, almeno secondo i canoni correnti.
Parlo, e mi ci metto in mezzo a scanso di equivoci, di chi a volte, pur sforzandosi non arriva a cogliere l’intenzione dell’artista.

A Venezia, quando c’è la Biennale d’Arte, siamo schiere infinite: siamo il clan dei Te Par Che Mi. Te par che mi con un fil de fero e quatro tochi de legno no riesso a far na roba megio? (Non ritieni possibile che io, con del filo di ferro e quattro pezzi di legno, non riesca a produrre un’opera dell’ingegno, se non d’arte, sicuramente più godibile?)

Anche qui c’è dell’onanismo latente, a dire il vero :)

L’arte soccombe per visibilità, non certo per qualità, in questo scontro/incontro.
Una parte di essa si è fatta elitaria, un’altra mercato, un’altra ancora – la più viva – continua ad interpretare il suo ruolo di spostare sempre più avanti il limite del sognabile.
E’ quella parte che alla pubblicità sorride, diversa ma non altera.
E’ quell’arte con la quale noi del clan Te Par Che Mi amiamo far salotto dopo cena, accanto al camino, dopo Carosello.


Dopo Carosello