DC/31 - Oltre il morire c'è il non riconoscersi
29/10/2002
Ci sono persone che la pubblicità la amano. Li tranquillizza. Li rende edotti del fatto che sono nel giusto, nè più nè meno delle rassicurazioni di Bruno Vespa, delle precisazioni di Gasparri e del modernismo di D'Alema, dall'altra parte. Sono esseri geneticamente modificati. Hanno la capacità di non vedere quello che a loro non va: sarà per questo che non lo conoscono e quindi non sanno capirlo, affrontarlo. Quando scrivo un annuncio e faccio dei test di comprensione e capacità di ricordo con queste persone, mi si apre un mondo di piccolezze, di immobilità, di certezze prese per tali perché lo sembrano che mi fa star male come fossi al capezzale di una persona cara. Il 23 ottobre scorso, sulle pagine de il manifesto, Gianfranco Bettin ha parlato di queste persone e del business che gira loro intorno in modo secondo me chiaro: spero non me ne vorrà, da concittadino di Porto Marghera, se ripropongo il suo pezzo agli amici di Dopo Carosello.
Un normale horror show dal vero
di Gianfranco Bettin
Scena prima. Un delitto efferato, quasi sempre nel profondo nord, quasi sempre - dopo aver dubitato di albanesi e maghrebini o marziani: cioè i colpevoli natural born - con protagonisti inattesi: figli, figlie, mariti, mogli, genitori delle vittime, a seconda, a volte con contorno di complici (comunque conoscenti o amici di famiglia e di paese).
Scena seconda. Commenti dei vicini, sgomenti, «qui non era mai successo niente». Se si tratta di giovani assassini, gli «adulti» lamentano che «non parlano» o, perfino, che sono «decerebrati», «frigidi», «afasici»: loro, invece, sono socievoli, intelligenti, cordiali, autentici, sobri, buone letture e tv intelligente altro che playstation. Insomma adulti esemplari e cittadini maturi, educatori irreprensibili e coerenti: ai giovani basterebbe imitarli per essere a loro volta perfetti. Basterebbe imitare questi stronzi, infatti, per essere in linea con l'adulto-tipo che va per la maggiore.
Scena terza. Deprecazione dei «mali del nostro tempo», della «crisi dei valori» e del «consumismo» (di solito a cura di un cardinale un prete casual o uno ieratico, un ministro un pensoso intellettuale; circondati, tutti, da soubrette e maghi in programmi di fatuo intrattenimento infarcito e pagato da spot che incitano al consumismo più bieco e allo stile di vita più venale, o, in alternativa, in programmi «seri» che grondano libidine per questi fatti a ogni nanosecondo-Auditel, e con gli stessi spot).
Scena quarta. Funerali, emozione, omelia, o riflessione «civica» del sindaco, che riprendono i discorsi succitati - ma più genuinamente, l'officiante e il sindaco sono del posto e saranno colpiti davvero - e che introducono, con quello del «mistero del male», il tema del perdono.
Scena quinta. Domande ai famigliari delle vittime sulla disponibilità a perdonare (se il colpevole è esterno: se è interno ci si chiede se gli staranno comunque vicini, spesso si), lettera del/i colpevole/i che dice che non potrà mai dimenticare il male fatto ma che gli sarebbe di conforto il perdono. Tempo trascorso dal delitto: qualche giorno, i tempi della vita reale tendono a coincidere con quelli di uno sceneggiato tv, poche puntate in pochi giorni o, in alternativa, quando non si sa bene chi è stato, si dilatano in un tormentone infinito (come «Incantesimo» o «Il delitto di Cogne»).
Scena sesta. Chi per mestiere segue i massacri si sposta sul luogo del massacro successivo. La compagnia di giro che per vocazione li commenta resta invece sui soliti talk-luoghi a dire le stesse cose tra i soliti maghi e soubrette con i soliti anchor men (ancor loro). E mai che scappi a nessun tecnico delle luci o a nessuno tra gli spettatori presenti, aizzati dai discorsi, di scagliare una scarpa seminando un po' di sano brivido vero in quello studio di chiacchiere fasulle sul fasullo spettacolo delle atrocità - purtroppo reali - di questo paese. Credono di essere suggeritori di rimedi, e sono invece parte del male, quelli che sproloquiano a gettone. Come tutti quei dementi che non si accorgono di allevare mostri e di conviverci, fino a quando non li scoprono con le mani insanguinate. A quel punto si credono diversi, di un'altra razza. E' questo l'orrore vero: sono esattamente uguali, e non lo capiscono.