DC 35
 

DC/35 - La Maschera e il Volvo

26
Febbraio 2003

Ho notato che su vibrisse si parla poco di cinema.
Strano, secondo me è paragonabile alla letteratura sotto molti punti di vista, e dal punto di vista della comunicazione trattata in questa rubrica, poi, ce ne sarebbe da dire a pacchi – e con continui rimandi al mondo letterario.

A noi giovani scrittori, ad esempio, nel mondo del cinema sono concessi mille privilegi. A me qualche tempo fa è capitato di spacciare un’urgente necessità di contante come “ricerca filologica atta a procacciare spunti e nuovi temi”.
Per farla breve, ho fatto per due settimane la maschera ad un cinema estivo appena fuori Padova.

Soldi facili, come si diceva nella mala di una volta: arrivi la sera, apri le porte del tendone che contiene il tutto, dài una mano a dare informazioni turistico-cinematografiche alle persone, stai lì con la pila, quando la proiezionista ti dice attento, sta per finire la pizza, ti dirigi verso il quadro elettrico e vualà-gli-è-tutto automatico alzi la levetta e si accendono le luci in sala, sponsorizzate dal chiosco delle bibite e dei tipici generi di conforto.

Così mi presenta il tutto il funzionario del comune, efficiente, sudato, triste nel dirigersi verso la sua Volvo, troppo nuova per essere rottamata, troppo vecchia per dire “ho una Volvo” (Il Volvo del titolo è il funzionario, non la macchina. Cose come “hey, è appena passato un Ferrari”, o “ti sei fatto un Peugeot nuovo” mi fanno tristezza, per cui elevo a rango umano quella specifica automobile per puro spirito di contraddizione).

Soldi facili, dicevo, tanto più che non devo neanche rompere a metà i biglietti: fa tutto la cassiera, bella e brava.

Prima sera: Salvate il soldato Ryan. Bon, non verrà nessuno, l’avran visto tutti.
Tendone pieno zeppo, e dopo un po’ pure zuppo per un temporale che mi mette a dura prova. Le aperture - uscita di sicurezza mollano gli ormeggi, e così enormi lembi di plastica mi sfuggono dalle mani a più riprese nella bufera, facendomi partire in notevole svantaggio nel confronto col nemico naturale della maschera del cinema estivo: il gruppo di ragazzini con l’abbonamento gratis, i petardi in tasca e le zeppe ai piedi con sotto le placche da tip tap.
Sempre meglio loro di quelli che dopo i primi famosi venti minuti iniziali di mattanza del film di Spielberg sono venuti a chiedermi eccitati come mai il chiosco del bar non fosse aperto (i gestori erano bloccati dalla pioggia, ho poi saputo, ma ero troppo sorpreso dai meccanismi della sete dei giovani d’oggi per rispondere qualunque cosa, sul momento).

Sera dopo: Bugs life, prevedibilmente pieno di bambini sotto il metro.
Molte mamme approfittano della confusione per cercare di far pagare il ridotto anche al marito: fanno bene, perché il casino è tale che probabilmente qualcuna ci riesce.

Poco dopo l’inizio, nel corridoio di destra, una mamma chiama forte ma a mezza voce un’ombra dieci metri davanti a lei.
- Nicolò! Nicolò! Nicoloooooò! -
L’ombra non si scompone.
- Martina!-
L’ombra si gira sorridente e torna lieta dalla mamma.

Non manca il gruppo di ragazzini “residenti”: scopro con terrore che hanno una capanna sull’ albero tipo quella di Bart Simpson proprio di fronte all’uscita di sicurezza “ovest”.
Se ne faranno una questione di territorio, sarò io ad avere la peggio.

Terza serata: concerto di blues acustico, con nomi anche “di nome”.
Persone presenti, omaggi compresi, quaranta. La cassiera, bella e brava, ha una sottile ruga di preoccupazione: che succederà col quintetto di ottoni?

La signora del chiosco, sorrisi e moine, rivela la sua vera natura quando il cantante dal palco ordina “la medicina”. Io, come d’accordo, scatto e vado verso il chiosco. Mentre versa il cognac, la signora sibila: “Xè sà el quinto che el me ordine, e nol gà gnancora pagà niente...” Essendo di Valdobbiadene, la signora ha una concretezza superiore, sull’argomento alcool.

Comunque più “il malato” beve, meglio suona.

Sabato! Aspettiamo il pienone, in quanto viene proiettato Matrix, che è da poco uscito dalle prime visioni. In effetti, c’è folla, ma resta abbastanza delusa.

Mi accorgo che gli estintori in dotazione sono tutti vuoti.
I ragazzini vedono che me ne accorgo.
Sorrido loro, che restano un po’ spiazzati - un punto per me, nonostante tutto.

La domenica, il temuto quintetto di ottoni da Vicenza.
Forse trenta presenti, per un repertorio da Gershwin a Benny Goodman, condito da introduzioni scrupolosamente lette dal leader, battute e risatine comprese.
Impressionante per freddezza, ci voleva con quell’afa.

Due giorni di riposo - riposo relativo, in quanto:

- scopro che il mio numero di telefono è stato dato in giro dal Volvo a tutti quelli che dovranno venire a suonare/fare/brigare. Lo vengo a sapere dalla cassiera, bella e brava, e ciò mi urta un po’, anche perché venivo definito come “quello che ha le chiavi”, con potenziali levatacce alle tre del pomeriggio per aprire i cancelli a camion del service audio e simili (non bastavano le luci pesantissime da montare sul palco, i fiori moribondi da spostare e le pulizie giustamente da fare);

- mi arrovello sul come intortare la proiezionista: le voglio chiedere due fotogrammi di un certo film dove appare il nome di una mia amica. Spero si lasci sedurre.

- cerco di prendere qualche appunto sulle prime serate, ma mi viene solo questo, che trascrivo fedelmente:
notato come certa gente chieda sempre di abbassare il volume, anche quando è basso o sullo schermo non sparano. Sono quelli che hanno in casa il televisore “da compagnia”, acceso sempre, badato mai. Quelli che sostengono l’Auditel e tutti quei tromboni, senza sapere. Alcuni sono anche andati via, con la faccia mesta: magari capivano che era un loro problema, magari andavano a disdire l’abbonamento RAI.

E viene il mercoledì. La cassiera, bella e brava, ha già preparato tutti i borderau SIAE fino alla fine, la signora del bar mi offre una bibita, io punto deciso verso la cabina di proiezione, pronto per sferrare l’attacco alla proiezionista, ma… trovo un bel ragazzo alto, abbronzato e incazzato. È un altro proiezionista! Ma perché è così furioso?

- Hanno rubato tutto, tranne il proiettore-
Entriamo nel tendone: si sono portati via anche il quadro elettrico e tre estintori su quattro.
Niente Truman Show.
Il Volvo arriva sgommando e quasi abbattendo le transenne. Poverino, era appena entrato ufficialmente in ferie. Il gruppo di ragazzini scende dall’albero per sentire bene le sue imprecazioni.

La gente se ne va sconsolata, noi perdiamo la voce a dire che la proiezione sarà recuperata, non si sa quando, bisogna vedere la disponibilità della pellicola col distributore. Nel vedermi afflitto, molte persone sono gentilissime: dài, purtroppo son cose che succedono, non siate tristi, mi raccomando: continuate.

In realtà penso che mollerò tutto, se non torna la proiezionista.

Il giorno dopo tutto il materiale è stato rimpiazzato. Ma porco cane, le casse funzionano malissimo. Il film è La gabbianella e il gatto, e molti bimbi chiedono alla mamma:
- Mamma, perché la gabbianella gracchia così? - e le mamme hanno buon gioco nel rispondere:
- Perché è una gabbianella! Domani ti porto al mare e ti faccio sentire i gabbiani che stridono e gracchiano ancor di più!-

Ci sentiamo sollevati, anche perché il gatto gracchia più della gabbianella ma non se lo fila nessuno, con buona pace di Carlo Verdone che gli dà la voce.

Da parte mia, con un’abile manovra a tenaglia ottengo quello che voglio dalla proiezionista: due fotogrammi dei titoli di coda con il nome della mia amica che ha lavorato al film.

E’ venerdì ancora, quindi musica folk irlandese, rimandi celtici e tanta simpatia polverosa. Divertente, anche se finisce per diventare ipnotica come la dance più martellante.

Il giorno dopo siamo pronti a fronteggiare l’effetto Brad Pitt: si proietta infatti Vi presento Joe Black dove quel mirabile uomo impersona nientemeno che la morte.
Quattro tempi!
La serata è faticosissima. Ricavo l’impressione che molta parte delle fan di Brad Pitt abbia per fidanzato un baruffante, o un picchiatore, comunque un maleducato.
Vengo trattato malissimo da un sacco di gente, e il livello di cartacce e sporcizia fuori dai cestini raggiunge un picco che non sarà mai superato. Per non parlare dei litri di bava che le fans hanno lasciato per terra e che a me è toccato pulire.

- Che serata infame! - Dice la cassiera, bella e brava.

Non aveva messo in conto che da Cuba, il giorno dopo, sarebbe calato il gruppo “Salsa de Cuba”.

- Ciao! Avete i camerini? Sì? Bene… Per sicurezza eravamo venute già vestite con i costumi di scena…- Così esordiscono le ballerine, e mi è subito chiaro che quei costumi faranno a cazzotti per farglieli togliere, una volta sul palco.

Prevedo orde di maniaci, ma se ne presentano solo tre o quattro, insieme ad altre persone che si vergognano come matte a ballare… cretinetti: se per tutto l’inverno vi sparate corsi di salsa e merengue ogni sera, quando volete esibire le vostre abilità?
Vogliono farsi pregare, son fatti così.

I maniaci mi eleggono loro ambasciatore presso l’enclave cubano, e in processione vengono a dirmi a più riprese:

- Ma non hanno caldo quelle ragazze?-
o mischiano le carte dicendo:
- Io sapevo che ballavano la samba in topless…- (IL SAMBA!)

Si stavano rassegnando ad indovinare i vorticosi movimenti di bacino delle splendide ragazze sotto i larghi costumi quando, a tre quarti del programma, parte la corrente.

Finalmente uso la pila!

Mi dirigo verso il quadro: tutto pare a posto.
Mi dirigo verso il monolito da cui la corrente arriva: un ronzio da possibile esplosione.
Con sprezzo del pericolo riesco a spegnere l’interruttore generale, ma le mie competenze finiscono lì.
Si presenta un’elettricista presente in tenda, che sottolinea la pericolosità estrema e la ballerinità dell’allacciamento.

Il leader del gruppo arriva di corsa per dirmi che le sue luci non possono essere assolutamente causa dell’inghippo. Gli dico che non c’è problema e lui, allontanandosi sollevato, inciampa sei volte in una coda di paglia enorme.

Chiamo la responsabile dell’ENARS, visto che il Volvo è in ferie. Mi dice che poteva capitare, si sapeva che l’allacciamento non era granché e di non preoccuparmi.
Penso alla discoteca prevista per il venerdì dopo, e sento tutta l’afa di agosto.

La gente sfolla lentamente, pensando di scrivere un racconto su questa strana arena estiva (spiacente, lo sto già facendo io).

Dopo questa nottataccia invece di due giorni di recupero ne abbiamo solo uno, perché il martedì si recupera Truman Show.

Non ci sono molte persone, ma si sente palpabilmente che il film acchiappa, è una bella sensazione. Il cielo sopra il tendone si annuvola rapidamente. Durante la scena finale, quando Jim Carrey cerca di scappare via mare e il regista del Truman Show gli scatena addosso un uragano, anche sopra tutti i paganti e le tessere omaggio si aprono le cateratte, con un vento pauroso.

Io quasi mi annego per chiudere i teloni, e la pioggia batte così forte che la proiezionista è costretta ad alzare al massimo il volume dell’audio, per non far sentir niente lo stesso. Mentre la aiuto per cercare di non far allagare la cabina di proiezione, un bello spirito viene a dirci:
– Complimenti per gli effetti speciali –
Divertente, ma sul momento l’avrei ammazzato a colpi di bobina.

Il giorno dopo, finalmente un po’ di pace: c’è Patch Adams, con quel bravo attore di Robin Williams che può contare su un sacco di fan, tanto fedeli quanto confusi.

– Forte Robin! –
– Sì! Hai visto quando è salito sul banco e i ragazzi gli sono subito andati dietro?–
– A me faceva ridere quando faceva nano-nano, all’inizio –

Caro Robin, se fai sempre lo stesso personaggio è il meno che ti possa capitare!

La sera dopo, per Mulan, impressionante numero di bimbe con la bambolina raffigurante la protagonista. L’atmosfera è davvero gioiosa, tanto che recedo dal mio intento di modificare le locandine in “Mulanal”

E arrivò il venerdì della discoteca.
DJ, animatore e accompagnatrice arrivano nel pomeriggio, e montano un palco luci impressionante.
L’impianto elettrico sembra comunque tenere.

Il DJ non mi pare un fulmine, ma in compenso riempie il tendone di un fumo denso e puzzolente da stordire. Vengono da Verona, mettono musica commerciale, ma di malavoglia. Risultato: UN BIGLIETTO STACCATO.

I ragazzini della capanna, spavaldi in mill’altre occasioni, davanti al concetto di discoteca si bloccano, come ai miei tempi. Basta che la ragazzina più attraente del gruppo (siamo sotto i 13 anni) si trucchi un poco perché c’è la discoteca, e subito diventano statue di sale.
Non entrano neanche quelli che hanno l’abbonamento gratuito per tutta l’estate.

Ogni tanto arriva qualche gruppo di bulli con spider e prostitute, ma se ne vanno subito perché è subito chiaro che triste aria tira.
Alle 11 e mezza decidiamo di far entrare tutti i ragazzini gratis. Bisogna urlarglielo, perché sono tutti intenti a sbirciare il fumo che non nasconde nessuno (perché dentro ci sono solo io e ogni tanto la cassiera, bella e brava).

Per la cronaca, il biglietto è stato staccato sotto pressante richiesta di uno dei nostri abituali frequentatori, un ragazzo d’oro, di quelli che – qualora dediti alla bibita – fanno la fortuna dei baristi, che riservano loro un angolo di bancone da dove danno sfogo a tutta la loro logorrea (ovviamente i baristi fanno sì con la testa e non ascoltano, io invece ero fortunato perché questo tipo era davvero simpatico).

Dovendo finire a mezzanotte e mezzo, il DJ e i soci erano contentissimi di poter dormire un po’ di più rispetto alla loro media, cosicché se la sono presa comoda nello smontare tutto. Hanno finito quasi alle quattro, li ho odiati con tutto il cuore.

Ultima serata, grazie al cielo. L’ultima volta che facevo avanti e indietro con gli estintori dalla palestra comunale adiacente (a lasciarli nel tendone li scaricavano ogni notte). Altro pienone: Tutti pazzi per Mary. Alla famosa scena dello sperma usato come gel da Cameron Diaz, mi è tornato in mente Alvaro Vitali, che al riguardo ha dichiarato:

– Se quella scena fosse stata in un film dei miei, ci avrebbero massacrato–

Sacrosanto, ma la gente avrebbe comunque riso per dieci minuti in modo imbarazzante, in un modo che se continuava ancora un po’ mi avrebbe sinceramente fatto pena.
Cani di Pavlov? No. Certo cinema mette le persone che vogliono abbruttirsi nelle condizioni di sceglierlo, così le mani restano pulite.

Comunque, bando alle tristezze. L’amministrazione comunale ha pagato quasi subito quanto pattuito, e la cassiera, bella e brava, è diventata la mia ragazza.
Aspetta, lo era già da prima… Quello del cinema è proprio un altro mondo.
Non è che esisteva solo prima, di Carosello?

Dopo Carosello