DC 37
 

DC/37 - La guerra rubata


Marzo 2003

Come si può rubare una guerra?
Si può, e in diversi modi.

Uno lo ha mirabilmente illustrato Giulio Mozzi “leggendo” un articolo di Piero Ostellino nello scorso numero di vibrisse: vi era spiegato, tra le altre cose, come la guerra possa essere rubata al lessico per farla sparire dalla circolazione e farla sembrare una questione amministrativa (il curatore di questo bollettino mi perdonerà, spero, la rude ed arbitraria sintesi).

Un altro è metterla tra un balletto ed un fatto di rassicurante cronaca nera, dove può essere recepibile non come questione amministrativa o cosabbrutta ma come Fatto Doloroso, con le maiuscole perché speciale, eccezionale, quindi che finirà presto – non fate le scorte come nel novantuno, unbelapplauso.

Il modo principale per rubarci la guerra, comunque, è quello di fingere di raccontarcela.
Non mi riferisco alle bugie propagandistiche dei governi, alle distorsioni delle tv e dei giornali, alle censure.
Mi riferisco al fatto che vere o false le notizie ci sommergono in tal quantità da stordirci e non farci riflettere sull’importante tema “io e la guerra”.
Visto poi che nessuno sa cosa succede davvero, là, in fondo a destra, si canta a gola spiegata (le leggi antiche della pubblicità recitano: se non hai nulla da dire, cantalo).

Così la guerra ci viene rubata due volte in un colpo solo: non abbiamo notizie > non possiamo capire > allora è vero che non ci riguarda.
Non mi sono rassegnato.

Mi sono spremuto le meningi e ho pensato di scrivere un Dopo Carosello dal titolo “La guerra spiegata al mercato”, dove avrei riferite le impressioni sulla guerra ascoltate sulla pubblica via, senza commento o quasi – il titolo era pensato per contestare il fatto che oltre alla guerra ci rubano anche una bella fetta di vita, perché nei notiziari alla radio, per esempio, le edizioni spesso parlano solo della guerra e dei suoi effetti sul mercato azionario, punto.

Mi sono vestito da giovin scrittore e, in questi giorni dove anche fare il papa è difficile, ho perlustrato:

Poste Italiane, agenzia 18 di Padova, due ore al mattino (nessun commento sulla guerra, nonostante le code favorevoli alla chiacchiera. Parecchi si rendono conto con gran ritardo e sorpresa che il prezzo di un bollettino è andato da 77 centesimi ad un euro, ma non si renderanno forse mai conto che certe operazioni bancarie han fatto di peggio - discussione tramandata di coda in coda per quasi tutte le due ore);

Padova, mercato del martedì, quartiere Arcella (nessun commento sulla guerra, a parte una signora che ha chiesto come mai certe verdure costassero meno e l’ortolano orgoglioso ha risposto “certo non per la guerra”);

Mestre, mercato del giovedì, Parco Ponci (nessun commento sulla guerra, ma molte donne di mezza età provenienti dall’est europeo discutevano animatamente – cosa dicessero non l’ho purtroppo capito ma parevano le uniche vive);

Venezia, piazza San Marco, un pomeriggio intero, bar compresi (turisti beati, nessun commento sulla guerra);

Treviso, piazza dei Signori e zona pedonale tutta, bar compresi, una mattina intera (nessun commento sulla guerra);

Mestre, piazza Ferretto, ora dello struscio fra le 19 e le 20 di un sabato sera (nessun commento sulla guerra, ma a quell’ora non mi aspettavo grandi cose).

L’esperienza è ovviamente parziale, anche perché non esclude che ognuno discuta animatamente della guerra con i propri amici, parenti e colleghi di lavoro.
Ma mi resta l’impressione che visto che il 15 febbraio ci siamo tanto impegnati a scendere in piazza e non è servito a nulla, alla fine non ci sia più niente che si possa fare.
Non fanno altro che confermarcelo, in tv e sui giornali.

Quel pezzo di Ostellino di cui sopra, infine, è la conferma retoricamente più elegante che i fessi di ogni governo preferiscono comandare invece che fottere, tanto da rubarci perfino la guerra.

Bah. Io sono per riprendercela, la guerra.
Solo così la potremo buttare via.

Dopo Carosello