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Dopo Carosello/7 - Arrivederci e grazie

04/03/01

"Arrivederci e grazie" è una delle mie frasi preferite.

La prima volta che la notai (non che la sentii o lessi, che la notai), fu dopo la parola "fine" in coda ad un film di Totò. Pensai: però, che rispetto per il pubblico, a quei tempi e quale consapevolezza del rapporto di comunicazione che la proiezione di un film instaura. Intrattenimento, comunicazione e cordialità di commiato non dimentiche che alla base di tutto c'è una transazione economica: il pagamento di un biglietto d'entrata alla sala dove ha luogo la proiezione. In poche parole, una forma di rispetto concreta e chiara, che permette/giustifica un distacco, un guardare al rapporto intercorso con occhi obiettivi.

Oggi, cosa ne è di "arrivederci e grazie"? Si può leggere sugli scontrini rilasciati dai negozi, che in calce agli importi riproducono frasi simili o addirittura proverbi, barzellette, oroscopi. Te la può dire l'amore della tua vita per lasciarti, e lasciare un segno indelebile. Te la può dire con ironia un buttafuori mentre ti accompagna fuori dal "suo" locale per mezzo di poderose pedate. Un mio amico l'ha scritta a mo' di fumetto mettendola in bocca ad un Che Guevara sorridente, e l'ha appesa al lato interno del suo uscio. Quando fai per uscire da casa sua l'effetto è dirompente, conoscendo l'impegno forte ma tutt'altro che acritico di Marco nei centri sociali autogestiti. Può far piacere sentirla, se capisci che viene detta con il cuore, se magari il panettiere, dandoti il sacchetto, la pronuncia con un sorriso e guardandoti negli occhi. Quando mi capita, ripenso a Totò.
Ma penso anche a come in pubblicità l'apparire sussiegosi, l'essere assillantemente arrivederci-e-grazie style sia una forma di falsità profonda, che va oltre la bugia.

I castelli in/d'aria che vengono costruiti per dare un'immagine complessiva e leggibile di un'azienda e delle sue attività non si basano più su di un rapporto simile a quello tra me e il mio ipotetico panettiere. Sono strutture estranee a questo sentire, in quanto rappresentazione di aziende e prodotti esistenti solo in rapporto ad un mercato, o ad un suo segmento, e variabili e variazioni dipendono più da ciò che fa la concorrenza che da quello che i consumatori richiedono - quindi si aggiunge falsità a falsità. La comunicazione diventa rappresentazione ad un pubblico selezionato, sì, ma con criteri che spesso non lo riguardano. Quello che disturba è che le rappresentazioni di mondi meravigliosi fanno comunque leva su "arrivederci e grazie", ma il re è nudo fino all'osso. Un esempio per tutti: hai bisogno di un servizio, sei incuriosito da una certa pubblicità, decidi di chiamare il call center di quell'azienda. Chi ti risponde è affabile, educato e chiarisce ogni tuo dubbio. Uau. Compri il servizio: il tal giorno verranno a casa tua per installarlo. All'ora x non si presenta nessuno. Richiami il call center: con suadenza diversa ma sempre efficace un'impiegata ti dà un numero da chiamare per un sollecito (ma come, non potete farlo voi?). Scopri che l'attivazione del tuo agognato servizio è in appalto ad una ditta della tua città e, anche se non è un idraulico, il titolare non si trova mai. Quando lo trovi, devi penare per un appuntamento. Alla fine viene, installa, il tuo servizio funziona perfettamente, ma solo finché c'è "l'appaltatore".

Richiami il call center, deciso a farti sentire, stavolta. Ma vieni praticamente sedotto da un'altra impiegata che ti da UN ALTRO numero telefonico, quello dell'attivatore che completerà l'installazione del servizio. La trafila ricomincia, e se va bene in pochi mesi tutto si risolve - salvo che non abbiate lavori murari da fare. Esagerato? Chiedete a chiunque abbia avuto la necessità di installare linee telefoniche particolari, ogni azienda va bene. Sono i casi più eclatanti di come molto spesso l'immagine suggerita dalla pubblicità sia falsa più che bugiarda, sia autoreferenziale più che vettore di comunicazione.

Del resto, i conti tornano.
Questi castelli in/d'aria coprono pudicamente motivazioni alla produzione, alla vendita e all'acquisto che spesso danno fastidio all'intelligenza umana. Da un lato per certe aziende basta che compri, per poi dare il servizio delegano terzi perché costa meno - l'immagine è sempre e comunque quella della pubblicità (i reclami sono buoni per gli archivi, no?) Dall'altro, a far tornare i conti del perché molta comunicazione è così finta ci stanno i clienti, ai quali molte volte tutto ciò sta bene.

Cosa hanno in comune, ad esempio, i duraturi boom delle macchine Polaroid per foto istantanee, della vittoria del VHS sugli altri formati di riproduzione video (almeno finora), le videocamere, i software ormai gratuiti per il montaggio di home video, qual è l'unico business che funziona e rende su Internet? Il veicolare con discrezione, praticità e riservatezza materiale pornografico, vale a dire il massimo del non-rapporto fra persone, di quando i castelli in/d'aria accorpano in loro stessi la funzione di mezzo e fine. Quando non c'è un prodotto ma solo un'illusione, un'immagine, quando la grammatica vale più della pratica. Quando un "arrivederci e grazie" sincero stonerebbe, anche solo a pensarlo, tanto disturberebbe una situazione di comodo per tutti, cliente e venditore, d'accordo con una strizzata d'occhio sulla pubblicità che parla d'altro. Pensateci, la prossima volta che davanti ad uno spot pensate "è falso" o "che stupidata!" o "chi comprerà mai 'sta roba". A volte non c'è proposta di acquisto.
A volte, non c'è nessuna proposta: avete già "comprato" solo guardando. Comodo, no?
Molta pubblicità ci compra così, e lo fa anche quando gli spot sono finiti e il film (magari di Totò) è ricominciato (è sbagliato dire così, ma oramai è vero: dopo ogni spot il film ricomincia da zero, per quel che vale visto così)

Arrivederci, e grazie per l'attenzione!

Mauro Mongarli

Dopo Carosello