se non è amore. (Enrico Ghezzi) Cerco di parlare di scrittura e lettura dal 1994. Di chiamare i miei incontri "corsi", non mi viene. Sarà perché sento spesso tale parola in bocca a persone che, anche con tutte le buone intenzioni del mondo, trattano l'argomento corsodiscrittura come: - pura routine (progetti finanziati da un fondo Sociale Europeo o simili entità); - macchina da profitto (scuole private); - attività alternativa - e meno costosa - ai corsi di ceramica di molte associazioni (vedi anche secondo punto); - cosa inutile ("se lo proponevi due settimane fa...Ci hanno appena regalato un computer, penso che faremo qualcosa con quello. Fai corsi anche di Word?") - oggetto misterioso (" lo so... vede, ragazzo, la cultura aziendale passa attraverso la scrittura un manager che scrive bene pensa bene... Bravo, bravo QUANTO HA DETTO CHE MI COSTA?!?!?!") - accessorio della new economy (capisci , un corso di scrittura deve essere chiaro, liscio... pochi clic e sotto un altro) Contenti loro, contento io, visto che più che l'atto di insegnare, mi è sempre interessato quello di condivisione di temi e pensieri inerenti la scrittura e la lettura. Tale interesse ha segnato profondamente il mio percorso di insegnante (gli insegnanti veri mi scuseranno il termine, ma "condivisore" non dice niente, proprio come "corso". Mi piacerebbe però che qualcosa dicesse). Ho cominciato con incontri di lettura ragionata delle proprie opere, incontri di approccio alla scrittura creativa, fino a rendermi conto che, per aver canali più larghi attraverso i quali attuare le mie amate condivisioni, dovevo trovare una scusa per parlare di scrittura e lettura in senso più ampio. Teatro, cinema, radio, tutti territori dove mi sono cimentato con il mio lavoro di copywriter e non solo, ma nei quali non potevo avvalermi di una preparazione specifica o comunque tale da potervi fare riferimento "insegnantemente". Che fare allora? Facile: mi sono concentrato sulla scrittura pubblicitaria. Su come questa superficiale summa di linguaggi sia una base molto solida dalla quale partire per avvicinarsi ad uno scrivere davvero proprio. E' uno scrivere che dipende totalmente dalla lettura, non essendo altro che assemblaggio e lavoro di lima. E' una scuola tecnica eccellente. Ci si diverte da matti. Secondo il livello scelto, si discute di pubblicità: quella che piace, che non piace, vecchia, nuova si scoprono differenze, ci si cimenta con un annuncio e subito si scopre che dietro quei "motti" c'è molto. Poi si passa a capire quali sono le logiche del mercato, del perché ci sono i pannolini in TV all'ora di pranzo, di perché i politici fanno certi tipi di spot. Da qui si può avanzare ancora, scoprendo che ci sono meccanismi precisi, studiabili in quanto ripetibili, che non ha senso dire "io la pubblicità non la seguo" semplicemente perché la fai anche tu, perché è quello del pubblicitario il mestiere più antico del mondo, non quell'altro. Però, almeno secondo la mia esperienza, le persone hanno a volte paura ad approfondire l'argomento, una volta capito di che si tratta. Ed è qui che la cosa per me si fa interessante. Inizialmente pensavo fossero prevenuti, che ne avessero già abbastanza, della pubblicità. Che poi cimentarsi con Calimero fosse meno gratificante di prendere le misure a Calvino c'ero arrivato subito, ma c'era qualcosa che non tornava, che andava oltre la curiosità dei primi incontri. Col tempo mi sono accorto che bisogna andarci piano, con lo spiegare determinati meccanismi che possono apparire quasi sscontati. Svelare la pubblicità è spesso svelare le persone, dinamiche intime che si sanno condivise, ma che blocca, inibisce vedere studiate, analizzate, riproposte per i racconti che ti piacerebbe scrivere, sì, ma senza fretta, senza tutta 'sta onestà improvvisa. Bisogna avere rispetto di certe zone d'ombra, sia detto senza oscuri significati. Dalla parte dell'insegnante, tutto questo è poco comprensibile nei particolari, perché se ha toccato qualcosa oltre la linea d'ombra (chi di dovere mi perdoni), l'interessato non lo dirà mai: solo il suo atteggiamento diventerà più rigido. Cosa può fare l'insegnante, in questo caso? Essere paziente, al massimo di supporto ad un lavoro interiore che può andar oltre la semplice volontà di scriver benino. Un lavoro che può arrivare in profondità, un lavoro per il quale la scrittura può essere solo un primo passo. Se il capire come le parolacce attraggono l'attenzione imbarazza, perché ci si riconosce in pieno in un meccanismo brutale e all'apparenza senza sfumature, sta all'allievo, e a lui solo, superare il tutto ed eventualmente assimilarlo e farne uso, o solo prenderne nota Personalmente, notare tutto ciò mi ha spinto a rilanciare il mio ruolo. Con altre persone, sto ora studiando come allargare ancora il raggio d'azione di ciò che propongo, partendo dalla scrittura vista attraverso i puri meccanismi della comunicazione per arrivare ad un uso personale dello scrivere come punto di vista olistico per la miglior espressione-comprensione della propria sfera personale. Una sorta di intro-espressione. Uno scrivere che non ha bisogno di editori, di cassetti capienti, di un inizio che non viene (e men che meno di un prodotto da pubblicizzare, nonostante il punto di partenza!). Uno scrivere che trovi/esprima gioia anche nel redigere un post-it, che sappia diventare un parlar chiaro, che combatta con forti anticorpi un analfebetismo di ritorno che muta e allarga sempre di più i suoi territori, e le tipologie di persone da aggredire. Uno scrivere che sia l'esatto contrario di quando a scuola, angariati, si pensava davanti al foglio protocollo piegato: "perché cacchio dovrei scrivere i fatti miei a quello lì?" Uno scrivere, insomma, che sia condivisione. |
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