Parlare di sport oggi è più cronaca o racconto/narrazione? E’ una domanda cui è difficile rispondere, secondo me, perché le risposte giuste sono, ormai, infinite.
Dico “ormai” perché il Tour de France descritto da Roland Barthes in “Miti d’oggi”, l'arrivo di Berruti campione olimpico a Roma sui 200 metri piani, l’urlo di Tardelli al mondiale di calcio vinto nel 1982 e mi spingo fino al Pantani della grande rincorsa nella tappa di Oropa del Giro 1999 sono stati centrifugati da cronache di nudi fatti che si susseguono a ritmi parossistici, che alimentano un’insoddisfazione profonda della propria voglia di mito, di“portare” una squadra, di identificarsi in qualche campione, perché è difficile assaporare profondamente qualcosa, qualunque cosa, perché c’è chi decide per te cosa assaporare, e in modi troppo sovente grezzi e mercantili per chiunque.
Io non so se questo bisogno di mito sportivo sia innato o no, ma noto che questo bisogno trova soddisfazione in altre parti, per molte persone spesso in modi difficili da definire sani. Cerco di spiegarmi citando lo psicologo sportivo Pietro Trabucchi, che dice secondo me una cosa sacrosanta nel suo libro “Ripensare lo sport”:
“In una società come la nostra, dove è diventato estremamente difficile trovare una propria identità il corpo sembra rappresentare l’ultima spiaggia dell’identificazione: non potendo più identificarsi in valori, gruppi, classi sociali e ideologie, all’uomo attuale rimane solo la possibilità di utilizzare il corpo come strumento per esprimere la propria identità.”
Infiniti sono i modi, ovviamente, per esprimersi attraverso il corpo, e il fatto che in qualche modo ci si trovi forzati a farlo può portare molte volte a distorsioni; qualcuno ha detto doping nel mondo sportivo amatoriale?
Qui però mi interessa approfondire questo discorso sul sè legandolo appunto alla narrazione, al modo di raccontare lo sport: se il proprio corpo è viatico primario per esprimersi, chi fa sport lo racconta anche? Magari c'è più soddisfazione, come in molte cose umane.
Se è dunque la narrazione mitica, di riferimento, trascendente, quella che manca, come si arrangia, ad esempio, un podista che lotta corpo a corpo (è il caso di dirlo!) con il tempo massimo di una maratona?
Mi concentro sul mondo del podismo amatoriale, chè un po' lo conosco, e in particolare su quella sua parte che corre anche sul web, dove posso trovare (e suggerirvi) narrazioni di prima mano e sentire qualcuno che ha in qualche modo superato i problemi di chi deve parlare di sport professionalmente posti qui da Andrea Zorzi, vale a dire riempire degli spazi e avere il coraggio di farlo senza andare sempre in automatico, in una continua ricerca di interesse dentro di sè prima e in ciò che esce poi.
Ne ho parlato con Fabio Rossi, direttore di Podisti.Net, rivista on line dalla redazione agguerrita e dallo sterminato numero di collaboratori volontari che ne fanno una solidissima comunità.
E ne ho parlato anche con Indro Neri, papa del podismo in Internet a livello mondiale, perché oltre ad essere il coordinatore di DRS Italia, la maggiore mailing list di podisti del nostro Paese ha ascoltato fin dagli anni '70 la voce del podismo di base pubblicando la rivista Podismo (ora diventata ePodismo e distribuita via email) e ha proiettato tutta questa esperienza a livello internazionale facendo nascere Run the Planet, riferimento web per podisti di ogni latitudine.
Fabio, è opinione abbastanza diffusa che quel che succede di realmente interessante, durante una corsa, avvenga tra gli atleti in testa. E' d'accordo?
La gara di testa è senz'altro importante, è importante sapere chi vince e con che tempo vince. Lo è soprattutto per gli statistici e per gli addetti ai lavori. Purtroppo le vicende che avvengono nella pancia del gruppo non sono mai viste come un qualcosa di interessante e questo è sbagliato. Nel gruppo ci si parla, ci si conosce, si fa amicizia e ci si aiuta nei momenti di difficoltà. Nel gruppo ci sono migliaia di vicende umane che si intersecano fra di loro, situazioni che nella giusta misura possono essere paragonate alle vicende della vita quotidiana di ognuno di noi. Tutto questo è importante soprattutto e credo che a ciò si debba dare parecchio risalto.
Indro aggiunge:
Le retrovie sono ricche di aneddoti tanto affascinanti quanto curiosi. Pensieri in ordine sparso che mi vengono in mente: il podista-pittore che dipinge un quadro correndo una centochilometri, gli amori sbocciati tra podisti e coronati dal matrimonio, gli scherzi e le burle fra compagni di gara, ma anche la partecipazione di veri e propri "paladini di ogni giorno" per i quali proprio la stessa competizione, che per i primi è solo un numero da aggiungere al palmares, ha invece un fortissimo valore sentimentale (penso alle corse fatte per onorare la scomparsa di un amico o quelle fatte per solidarietà) quando non rappresenta addirittura una svolta nella propria vita. Ed è correndo nel gruppone di mezzo e nelle retrovie che si scopre il valore sociale del podismo.
La corsa crea/veicola grandi emozioni personali, quindi. E' questa la motivazione principale che giustifica il successo di siti come Podisti.Net, Fabio, dove in mille personalissimi modi molte di queste emozioni si riversano?
Il successo di Podisti.Net sta nel fatto che ogni atleta, veloce o lento che sia, può dire la sua, può raccontare la propria maniera in cui ha vissuto la gara. Sulle nostre pagine sono comparsi articoli con la firma di Stefano Baldini e altri, invece, scritti da chi ha dovuto "lottare" con l'ambulanza che chiude la corsa. Baldini avrà avuto un certo tipo di emozioni, l'ultimo arrivato altre e in mezzo a loro due ancora altri atleti con emozioni e modi di vivere la gara in maniera diversa tra di loro. Chi scrive si sente protagonista dell'evento che ha atleticamente fatto solo qualche ora prima, è una parte importante della manifestazione e da noi trova lo spazio per raccontarsi, per giudicare la gara e, in qualche caso, per tirare le orecchie a chi organizza.
Non sembra per nulla un parlarsi addosso. Indro, dai tempi di Podismo su carta (anni '70) fino ad oggi, come hai visto evolversi il podista che (si) racconta?
Il podista è sempre stato un eroe in gran parte incompreso. E' classica la domanda che noi tutti prima o poi abbiamo dovuto affrontare, quella che dice: "Che corri a fare se non arrivi primo?". Ma la corsa è altro, come ben sanno i milioni di podisti in tutto il mondo. La corsa è una sfida contro se stessi e le emozioni che suscita sono sempre differenti ma così universalmente uguali. E non importa il grado di istruzione raggiunto: queste emozioni vanno raccontate, vanno condivise. Più abbiamo faticato, più persone devono saperlo. E' una sorta di rivalsa per gli appartenenti a questo sport così poco considerato dai mass media. Se prima il supporto principe era la rivista specializzata, limitata nello spazio e crudelmente efficace in tagli, riassunti e cestinature, oggi la tecnologia ha messo a disposizione di tutti bacheche elettroniche sulle quali esternare le proprie impressioni ad un pubblico composto da altri podisti. Senza problemi di spazio, di scadenze, di costi, senza censori nè correttori. Una vera democrazia podistica. Le "liste" ovvero le conferenze di posta elettronica, i blog, le pubblicazioni online sono tutti canali attraverso i quali condividere le proprie esperienze, che offrono la certezza che l'affermare "Sono arrivato trecentocinquantaquattresimo a New York" incontrerà gli applausi e la malcelata invidia dei nostri lettori, invece che le domande spiazzanti come appunto: "Che corri a fare se non vinci mai?" E la quantità di informazione podistica continuerà ad aumentare con il progredire della tecnologia. Gli organizzatori della maratona di Boston, per esempio, offrono già un servizio gratuito che, a punti fissi lungo il percorso, attivandosi al passaggio del concorrente munito di chip elettronico, invia messaggi sms ed e-mail ai propri amici e familiari. Una sorta di "Guarda mamma, guarda! Sono al decimo chilometro fresco come una rosa!". E se non è una forma di autogratificazione in tempo reale questa...
- Fabio, i resoconti e i mille commenti che sono l'ossatura di Podisti.Net quale evoluzione stanno seguendo? Può tracciare un identikit di chi li scrive?
Tracciare un vero e proprio identikit è un po' difficile, non c'è uno stereotipo ben definito. Forse, la cosa che accomuna tutti i nostri autori è, come dicevo prima, il sentirsi protagonista dell'evento. Una cosa ben delineata è lo spirito che accomuna tutti, uno spirito gioioso nel faticare. Mi spiego meglio: in tutti i nostri collaboratori si nota la felicità nell'essere stanchi, nel faticare per raggiungere un agognato traguardo. Si fatica per gioire! C'è poi chi gioisce di più perchè ha ottenuto un buon tempo e chi meno perchè sperava di fare meglio, ma alla fine sono tutti contenti.
Si nota comunque che in molti stanno attenti ai consigli degli allenatori, seguono tabelle, cercano di sgarrare il meno possibile con il cibo, usano il Garmin per controllare se i chilometri sono esatti... Insomma, il podista moderno è tecnologico e interessato alle novità. Poi c'è chi improvvisa... ma la corsa è bella proprio perchè ognuno la interpreta come vuole.
-Indro, secondo te con un'attenzione diversa (maggiore) da parte dei maggiori media, di corsa ci si appassionerebbe al bar come per il calcio? In altre parole: uno sport con le caratteristiche della corsa potrebbe essere ricostruito/pompato inventando un universo quasi astratto dove farlo vivere?
Una maggiore attenzione potrebbe senz'altro giovare alla promozione del podismo, ma inteso come stile di vita e non come disciplina sportiva. E qui si stanno facendo passi da gigante. Ormai non c'è un film al cinema che non abbia una scena in cui si non si veda qualcuno che si allena correndo. Lo sport che coinvolge l'opinione pubblica, quello per il quale ci si appassiona al bar, vuole invece l'eroe, la squadra del cuore. Ed il podismo è un momento vissuto da tutti troppo egoisticamente per poter generare un ritorno di cronaca. I personaggi indimenticabili nel podismo ci sono - Dorando Pietri, il fornaretto squalificato; Fred Lebow, che ha organizzato per anni la maratona più famosa del mondo; Abebe Bikila, che ha vinto la maratona delle Olimpiadi a piedi nudi per poi morire paralizzato in seguito ad un incidente di auto - ma principalmente lo sono per le loro storie umane e non necessariamente per le loro prestazioni sportive. Escludendo Orlando Pizzolato e Baldini, che per un attimo hanno acceso la speranza di uno sport da prima pagina, correre tocca la sfera personale, rappresenta una crescita interiore e questo non farà mai notizia. Le emozioni provate nel toccare il cielo con un dito percorrendo un sentiero ed accusando il terreno soffice sotto le proprie scarpe, travolti dagli odori del sottobosco, si possono raccontare solo agli "addetti ai lavori", ad altri podisti. Fanno notizia i grandi numeri (un oceano di folla che invade una città, per esempio) o le curiosità della gara ma va purtroppo ricordato che anche le gare di atletica, che di attenzione ne richiedono ben poca in quanto si esauriscono in una manciata di minuti, di passione nell'opinione pubblica ne suscitano ben poca. Battere allora a gran cassa sul valore salutare di questa disciplina, esaltando i pochi momenti di "combattimento sportivo" degni della telecronaca e soffermandosi sulle miriadi di storie personali legate ad ogni evento grande e piccolo, questo sì. Ma al bar il podismo non ce lo vedo.
Disciplina tra le più personali, direi intima, da sempre, la corsa sembra quindi trovare nel web e nelle attuali "necessità di espressione del sè" linfa vitale infinita. Altre discipline sportive individuali seguono strade simili. Gli sport di squadra sono probabilmente un "animale" diverso, dove l'espressione e il riconoscimento di sè hanno riscontri più immediati ma richiedono un impegno condiviso, che porta probabilmente a distribuire diversamente, forse a diluire, la parte narcisistico-appagante di ricevere un sacco di complimenti per aver corso una maratona partendo da zero con solo un anno di allenamenti.
Come ricordato qui da Carlo Annese, Gianni Brera negli anni '70 già vedeva come la televisione svelasse, dissacrasse troppo del mondo dello sport, livellandone i giganti a uomini comuni mostrando, appunto, che erano uomini.
Ora la tv costruisce i miti dello sport a suo uso e consumo, ma in molti si organizzano diversamente perché l'identità di ciascuno trova poco spazio per sè, e sotto molti pezzi scritti su Podisti.Net, in molti resoconti di gare in DRS Italia, in tante descrizioni di posti dove correre nel mondo in Run The Planet, l'orgoglio del firmarsi alla "Giovanni Brera fu Carlo" io lo sento. La scrittura non avrà la stessa qualità ma che diamine: lo sport non è quella cosa che unisce e affratella? Anche scrivere è una roba così.
Mauro Mongarli di Renzo fu Zefirino.
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