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Delle rape e del sangue Condivido l'intervento di Mauro Daltin: il paragone di un corso di scrittura creativa ad una associazione sportiva lo trovo calzante nel cogliere il carattere ludico e di crescita personale che, a mio avviso, dovrebbe permeare il tutto. Dico "dovrebbe", perché in realtà spesso non ho questa impressione, da conduttore. Molte persone a questi corsi non sorridono/ridono mai. Leggono i loro scritti con un finto pudore che sa di lesa maestà. Se parli bene di uno scrittore che essi amano assentono con grandi su e giù della testa, occhi socchiusi e sorrisino. Se invece ne parli male si mummificano e a fine incontro ti puniscono in vari modi: ti chiedono cosa leggi, che problemi hai avuto da piccolo, che insegnanti hai avuto alle medie, e tutto senza farsi capire che hai fatto uno sgarbo ad un certo autore a loro caro. Non parliamo di quando viene fuori che di lavoro faccio il copywriter: - molti laureati si sentono superiori; - alcuni fanno "oh-oh-oh..." come Babbo Natale negli USA se parli di scegliere gli aggettivi (si sa, i pubblicitari li sparano con la mitragliatrice); - fanno le domande stupidine che non mi fanno più neanche i ragazzini di prima media (fammi uno spot per un prodotto, dai. Al che io rispondo: ad un farmacista chiederesti una medicina per le malattie?) Io non ce l'ho con queste persone: credo solo che perdano un'occasione: perché cercare conferme di quello che si sa e basta in un luogo/in una situazione deputati come pochi altri alla ricerca di qualcosa di nuovo, di appagante, di bello per sè? Evidentemente ci metto del mio, intendo come errori, approcci sbagliati... Pensandoci, in effetti: - non sono uno scrittore famoso; - non sembro, comunque, uno scrittore secondo determinati sterotipi (sono alto, magro, in piena salute, sorriso solare, nessun tormento interiore che traspaia); - preferisco lavorare sulle frasi e sulle idee che nascono durante l'incontro, mancando ovviamente di rispetto a quanto prodotto a casa, con la fatica e il pensiero che le mie parole non riusciranno mai ad apprezzare abbastanza (il fatto che qualcuno faccia degli esercizi perché glielo chiedo io è comunque per me pari ad un Mistero Glorioso, sia chiaro); - parlo a braccio, che è una logica conseguenza del punto precedente. A volte credo sia difficile seguirmi, anche se torno sempre a bomba: il trucco è quello di lasciarsi andare, lo dico anche, all'inizio, ma mi scontro spesso con i danni creati nel tempo dal signor Bignami e dalle tavole sinottiche; - parlo troppo dei fatti miei, ma mi viene, che ci posso fare: se attraverso un mio scritto intimo o un fatto personale posso spiegarmi meglio, non ho pudori di sorta - la mia rubrica Dopo Carosello insegna; - mi ricordo nomi, fatti, approcci alla scrittura degli allievi dopo massimo due incontri, e la cosa sconvolge alcuni. Chiamo per nome qualcuno per sentire il suo esercizio, racconto o quello che è, e questo si illumina: ti ricordi il mio nome? Ma allora ve lo meritate il correttore ortografico di Word! No, sono troppo rude. Devo continuare a fare solo il tutor per HoldenLab, lì si è morbidi per forza, on line. C'è da dire che poi con queste persone vado d'amore e d'accordo, dopo un po'. Io faccio capire loro che per me essere in disaccordo è una ricchezza, loro si aprono. Basta essere chiari. Anzi, persone un po' cacadubbi, o gli incerti sul perché loro (o il conduttore) siano lì sono necessarie per rendere unito un gruppo di persone catalizzate da un interesse comune ma potenzialmente così diverso per ognuno: sono quelli che si espongono per primi, che aprono la strada al dialogo. E' solo questione di prendersi le misure, ed è per questo che non trovo potenziale vittima di inflazione l'oggetto corso di scrittura. I livelli potranno essere diversi, ma come è possibile definire un qualche standard? Credo possa essere utile definire con chiarezza e onestà cosa il conduttore sia in grado di offrire, quali siano le sue fisse e il suo modo di essere nella classe: Mongarli ride, scherza, punta a tirar fuori il sangue dalle rape a forza di riscritture, Mozzi è un fine oratore, ti presenta dei mondi dove tuffarti e tirar fuori quello che ti è utile, X è fissato con i sudamericani, il più delle volte ti addormenti ma ti lascia un periodare ampio che non stanca mai, Y parla troppo piano ma sa stimolarti e sa bene cos'è la struttura narrativa, e così via. Così i corsi non sarebbero mai troppi, e quelli mal condotti sparirebbero in breve. Ci sarebbe meno spreco, il malcontento si ridurrebbe al minimo e forse qualcuno invece di stivare il cassetto di scritti che non lo soddisfano occuperebbe il mitico contenitore con cose che lo appagano di più. |